La Sala della Casa Bianca da cui è arrivato l’annuncio, alle 22 italiane del 2 aprile, ha un nome rassicurante e leggiadro: Giardino delle Rose. Come rassicurante e addirittura liberatorio sembra essere il proclama di Donald Trump: Liberation Day. Al contrario, di roseo nel futuro del nostro Made in Italy non c’è proprio niente. Alle merci dell’Unione europea importate negli Stati Uniti verranno applicati dazi pari al 20 per cento. Tassazioni annunciate da mesi e che entrano in vigore tra il 5 e il 9 aprile.
Ora i timori sono diventati concreti, in particolare nel settore tessile e abbigliamento, insomma la nostra grande moda, amata nel mondo, e negli altrettanto fondamentali comparti dell’agroalimentare ed enologico.
“Esprimo grande preoccupazione per le ripercussioni che questa decisione avrà sulle nostre imprese”, così ha commentato a caldo Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda, “rinnovando l’appello affinchè l’Italia e l’Europa si uniscano per contrastare questa decisione e tutelare gli interessi delle nostre aziende”. Ceolini ha ricordato che “nel 2024, l’export verso gli Stati Uniti dei comparti calzaturiero, pelletteria, conceria e pellicceria, che come Confindustria Accessori Moda rappresentiamo, ha raggiunto un valore di quasi 3 miliardi di euro. Sebbene questo valore abbia registrato una leggera contrazione del 3,5% rispetto al 2023, continua a riflettere l’alto apprezzamento per la qualità del Made in Italy. Il settore, già messo a dura prova da difficoltà economiche e incertezze geopolitiche, non può permettersi un ulteriore ostacolo: per questo confidiamo in un intervento tempestivo ed efficace delle istituzioni europee per proteggere il futuro delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Speriamo che, attraverso le negoziazioni a cui lo stesso Trump ha accennato, la situazione possa trovare una soluzione”.
“Tra i settori impattati ci sono l’alimentare e il beverage e i beni di lusso”, hanno commentato gli analisti di Intermonte, come riporta anche Il Sole 24 Ore, “dove vediamo però maggiore resilienza legata alla minore elasticità della domanda, al prezzo e alla possibilità dei clienti di sostituire parzialmente gli acquisti nel Paese con quelli effettuati all’estero”.
In occasione del conferimento del Premio Maestro dell’Arte della Cucina Italiana, avvenuto proprio nel fatidico giorno 2 aprile, la presidente Giorgia Meloni ha affermato: “Gli Stati Uniti sono il secondo mercato di destinazione con un export che è salito nel 2024 del 17%. Quello statunitense per noi è un mercato fondamentale, è evidente che l’introduzione di nuovi dazi avrebbe risvolti pesanti per i produttori italiani. Penso personalmente che sarebbe anche un’ingiustizia per molti americani, perché limiterebbe la possibilità di acquistare e consumare le nostre eccellenze solo a chi ha la possibilità economica di spendere di più, è la ragione per la quale resto convinta che si debba lavorare per scongiurare in tutti i modi possibili una guerra commerciale che non avvantaggerebbe nessuno, né gli Stati Uniti e né l’Europa”.
Un colpo altissimo, in particolare, è subito tra gli altri dalla filiera del vino il cui export – pari a 8,1 miliardi nel 2024 – vede gli Stati Uniti come primo mercato con una quota pari al 24% (circa 2 miliardi).
Da Barberino Tavernelle è arrivata la dichiarazione di Giovanni Manetti, presidente del Consorzio Chianti Classico: “Siamo certamente preoccupati delle ripercussioni che il 20% di dazi potrà avere sui nostri vini e adesso confidiamo nella diplomazia italiana ed europea affinché questa scelta dell’Amministrazione Trump sia rivista quanto prima. Noi produttori dovremo lavorare per condividere questo gravoso impegno economico con il trade statunitense che riteniamo sia altrettanto colpito da questa imposizione tariffaria. Collaboreremo insieme, convinti che il consumatore americano che da sempre ama e consuma Chianti Classico resterà fedele ai vini di qualità, al Gallo Nero, al nostro territorio che si rispecchia in ogni nostra bottiglia”.
E se gli USA sono partner numero uno delle cantine tricolori, come sostiene il sito specializzato Wine News, c’è “chi si dice più preoccupato, chi predica prudenza, chi sottolinea una volta di più la necessità di diversificare i mercati di riferimento del vino italiano, a partire dal Sudamerica, grazie al recente accordo tra Ue e Mercosur, e chi non la vede troppo male, o, quanto meno, non tanto da cedere al panico, facendo leva su fattori come il buon rapporto qualità-prezzo dei vini italiani, storicamente un punto di forza della nostra offerta, e sul fatto che un aumento del 20%, se in parte sarà assorbito dai produttori, in parte dal trade Usa ed in parte spalmato sul consumatore, almeno per un po’, seppur con fatica, potrebbe essere sostenibile. Con un impatto che secondo alcuni potrebbe essere mitigato, almeno in una prima fase e seppur minimamente, dal tasso di cambio euro-dollaro favorevole”
Secondo un’analisi dell’Osservatorio Unione italiana vini, i dazi provocherebbero una perdita di valore pari a 323 milioni di euro (su un totale di 1,94 miliardi).
Ma allarghiamo lo sguardo agli altri prodotti del Made in Italy. Per esempio, per il Parmigiano Reggiano gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato estero con una quota pari al 22,5% dell’export totale e un +13% registrato nel 2024. Con questo aumento, le tariffe fisse sulla Dop salgono dal 15% al 35%, portando il prezzo del 24 mesi sugli scaffali USA da circa 50 dollari a circa 59 dollari al chilo. Spiega il presidente del Consorzio Nicola Bertinelli: «Imporre dazi su un prodotto come il nostro aumenta solo il prezzo per i consumatori americani, senza proteggere realmente i produttori locali»
Restando nell’ambito dei formaggi, questa è stata la dichiarazione di Antonio Auricchio, presidente di AFIDOP – Associazione formaggi italiani DOP e IGP: “Quello che temiamo è anche l’italian sounding”. Per chi non lo sapesse, per italian sounding si intende quella pratica di contraffazione che consiste nel commercializzare prodotti imitando la provenienza italiana, utilizzando nomi, slogan, immagini, colori e combinazioni cromatiche riconducibili all’Italia. Si intende anche l’uso di ingredienti associati alla cucina italiana, anche se di bassa qualità o provenienti da altre regioni, di false denominazioni geografiche italiane, come Toscana, Parma, Napoli, di confezioni che richiamano i colori, la bandiera e i simboli italiani; infine, di parole come “artigianale”, “originale”, “fatto in casa”, “tipico”, “della nonna/mamma”.
E aggiunge Auricchio: “Queste misure non solo andrebbero a penalizzare i nostri prodotti certificati ma, facendo leva sulla fiducia del consumatore, aprirebbero la strada a prodotti locali che, imitando i nostri Dop, verrebbero favoriti. Nonostante i formaggi Dop siano un prodotto premium e l’aumento del prezzo potrebbe non portare necessariamente a una riduzione dei consumi, siamo inoltre preoccupati per i possibili effetti sull’export. Gli USA sono infatti il primo mercato extraeuropeo di riferimento per i formaggi italiani: solo nell’ultimo anno sono state esportate 40.800 tonnellate, di cui l’80% è Dop. Sono a rischio oltre 485 milioni di fatturato oltreoceano”. AFIDOP ricorda inoltra che nel 2020, a causa dei dazi imposti da Trump, l’export dei formaggi italiani negli USA aveva perso oltre 6mila tonnellate, pari a 65 milioni di euro. Le misure attualmente imposte da Trump colpiscono anche prodotti che non erano stati toccati dai dazi di cinque anni fa, come la Mozzarella di Bufala Campana Dop e – soprattutto – il Pecorino Romano Dop, che vede negli Stati Uniti il suo principale mercato estero. L’imposizione di dazi su un prodotto che esporta il 40% della sua produzione negli USA rischia di compromettere un’intera filiera che rappresenta un’eccellenza del made in Italy.
Conclude il presidente Auricchio: ”Sicuramente lavoreremo, unitamente ai nostri Consorzi per sostenere la domanda e rafforzare il lavoro negoziale, ma chiediamo alle istituzioni Ue e nazionali di supportarci nella protezione del nostro patrimonio lattiero caseario certificato. Non sarà colpendo i formaggi italiani Dop che si proteggerà l’economia americana. Si tratta di prodotti non in concorrenza che hanno posizionamento, standard di produzione, qualità e costi differenti”.
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