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Guerra

Gli Houthi incendiano il Mar Rosso, gli americani colpiscono acquedotti e ospedali

Lo Yemen brucia e Washington accelera sul pedale della morte. Ospedali, civili, acqua: tutto è bersaglio mentre la crisi umanitaria peggiora.

Nella notte del 2 aprile, il Mar Rosso ha vissuto il suo destino nel nome: acque già cariche di leggende millenarie si sono tinte di un rosso più cupo, quello del sangue versato. Missili e droni hanno squarciato l’oscurità, mentre le forze yemenite lanciavano il loro assalto contro la colossale USS Harry S. Truman, un leviatano d’acciaio che domina le onde con la sua potenza nucleare. Qui, dove il mare porta il colore della passione e della vita, oggi il rosso è quello della morte e di un conflitto che continua inesorabilmente.

La USS Harry S. Truman (CVN-75) è una portaerei a propulsione nucleare della classe Nimitz, una delle più grandi e potenti navi da guerra, lunga oltre 330 metri, capace di ospitare un equipaggio di oltre 5.000 persone e di trasportare circa 90 aerei ed elicotteri, tra cui caccia e bombardieri, dotata di sistemi di difesa missilistica e cannoni antiaerei, e che rappresenta una proiezione di potenza militare significativa, capace di operare in ogni parte del mondo. L’attacco contro un bersaglio di tale rilevanza non è solo un atto di sfida militare, ma anche un messaggio politico di forte impatto, che rappresenta pienamente la crescente instabilità nella regione.

Nelle prime ore della stessa mattina, le Forze Armate Yemenite (YAF), ovvero le forze militari controllate dagli Houthi, un gruppo armato che esercita il controllo su vaste aree dello Yemen a seguito di una guerra civile iniziata nel 2014 e sostenuto dall’Iran, hanno rilasciato una dichiarazione in cui hanno affermato che “In risposta all’aggressione degli Stati Uniti contro il nostro Paese, le nostre forze navali, missilistiche e aeree hanno colpito le navi da guerra nemiche nel Mar Rosso, con la portaerei Truman in testa“. Vale la pena riportare che si è trattato della terza offensiva in ventiquattr’ore contro la stessa flotta, a dimostrazione di un netto peggioramento della situazione.

La risposta americana su acquedotti e ospedali

In risposta alle azioni yemenite, le forze armate statunitensi hanno condotto un’operazione di bombardamento aereo mirata sul territorio yemenita. Il bersaglio è stato un bacino idrico situato nel distretto di Mansouriya, all’interno del governatorato di Al-Hodeidah. L’attacco ha avuto conseguenze rilevanti sull’approvvigionamento idrico, interrompendo l’erogazione a una popolazione stimata di oltre 50.000 individui, già in condizioni di estrema vulnerabilità. Non è un episodio casuale, fa parte di una strategia più ampia. Questo approccio si fonda sulla privazione intenzionale delle risorse vitali, impiegato come strumento di pressione e coercizione. In una simile costellazione, l’accesso all’acqua, bene primario per la sopravvivenza, diviene un’arma di pari letalità rispetto agli armamenti convenzionali, con implicazioni umanitarie di vasta portata.

Quello delle risorse idriche è diventato l’ultimo fronte di guerra nello Yemen, dove la popolazione civile paga il prezzo più alto. Lo Yemen rappresenta da anni uno dei casi più eclatanti di catastrofi dimenticate, un Paese martoriato da un conflitto complesso che include la guerra civile iniziata nel 2014 tra gli Houthi e il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale. L’intricato scenario conflittuale ha radici profonde nelle tensioni politiche, economiche e settarie che affliggono il paese da decenni, e la presenza di gruppi terroristici come Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) e lo Stato Islamico (ISIS) contribuisce all’instabilità. Milioni di individui dipendono dagli aiuti umanitari, i quali hanno subito una drastica riduzione da parte degli Stati Uniti. Durante l’amministrazione Trump, il taglio dei fondi dell’USAID, cruciali per fornire aiuti alimentari e sanitari, e la designazione di Ansarallah (Houthi) come “organizzazione terroristica straniera”, hanno ostacolato significativamente l’operato delle organizzazioni non governative, contribuendo a far precipitare una situazione già al limite.

Pochi giorni prima, il 25 marzo, l’offensiva statunitense ha oltrepassato ogni confine accettabile. Il bombardamento dell’ospedale oncologico Al-Rasool al-Azam a Saada, colpito ben due volte, rappresenta una chiara violazione del diritto internazionale umanitario. L’attacco ha provocato una strage tra pazienti già debilitati e personale medico, compromettendo la funzionalità di uno degli ultimi presidi sanitari ancora funzionanti nella regione. L’agenzia Saba, nel denunciare quello che ha definito “un crimine di guerra in piena regola”, ha accusato gli Stati Uniti di condurre raid indiscriminati contro obiettivi non militari.

L’espansione del conflitto regionale

Nello stesso giorno, le Forze Armate Yemenite hanno dichiarato di aver attaccato con droni obiettivi militari israeliani nell’area occupata di Jaffa. L’operazione costituisce il primo attacco yemenita contro Israele nel periodo post-tregua a Gaza, mostrandosi come evidente indicatore dell’espansione del fronte conflittuale regionale e della crescente convergenza tra le istanze houthi e il sostegno alla Palestina. La rivendicazione yemenita, che collega esplicitamente l’azione alle operazioni israeliane e ai bombardamenti USA, riflette la dimensione transnazionale delle attuali dinamiche belliche in Medio Oriente.

Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Mike Waltz, ha cercato di motivare i recenti attacchi americani in Yemen, nei quali sono morti decine di civili, affermando che le operazioni di fine marzo hanno colpito esponenti di primo piano del movimento Ansarallah, alleato con le Yemeni Armed Forces (YAF).

“Abbiamo colpito il loro quartier generale” ha dichiarato Waltz, “oltre a nodi di comunicazione, fabbriche d’armi e alcune strutture per la produzione di droni”. Le dichiarazioni, chiaramente, non hanno menzionato il pesante bilancio civile degli attacchi, che hanno provocato numerose vittime tra la popolazione yemenita.

Gli Stati Uniti, autoproclamati difensori della democrazia e della stabilità, rivelano nuovamente il loro ruolo di artefici del caos. La loro campagna di bombardamenti indiscriminati, lungi dal sopprimere le offensive yemenite, ha invece alimentato un sentimento antiamericano diffuso in tutta la regione. Lo Yemen, anziché cedere sotto la pressione, continua a opporre resistenza, pagando un tributo elevato in termini di perdite umane e distruzione infrastrutturale.

La crisi umanitaria

Gli attacchi aerei quotidiani condotti dall’aeronautica militare statunitense contro lo Yemen, tra le nazioni più povere del mondo arabo, stanno aggravando una catastrofe umanitaria che dura da un decennio e che attanaglia il Paese. Oltre 21 milioni di persone, tra cui 11 milioni di bambini, hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria. Il sistema sanitario è al collasso, con metà delle strutture mediche non funzionanti e focolai di malattie prevenibili come colera, difterite e morbillo. Quasi 18 milioni di yemeniti soffrono di insicurezza alimentare, mentre 2,7 milioni di bambini sotto i cinque anni rischiano la malnutrizione acuta.

I continui bombardamenti, insieme al blocco economico, hanno distrutto infrastrutture vitali, lasciando intere comunità senza accesso ad acqua pulita, elettricità e servizi essenziali. Circa 4 milioni di persone sono state sfollate, costrette a vivere in rifugi di fortuna senza protezione dal freddo o dalle malattie. Con il 70% della popolazione che dipende dagli aiuti internazionali per sopravvivere, ogni inasprimento del conflitto condanna il Paese a un deterioramento irreversibile.

Lo Yemen oggi è una terra dove l’infanzia appassisce nel vento arido della guerra. Una generazione intera  avanza come un’ombra in un Paese che ha smarrito persino il diritto alla sete. Qui, i bambini imparano a contare non le tabelline, ma i secondi tra un boato e l’altro. Le loro ferite non sono solo sulla pelle, ma nell’anima. Cicatrici che nessun tempo potrà cancellare. Il loro futuro è stato dissolto, giorno dopo giorno,  nei silenzi di chi non ha più lacrime. Lo Yemen ci sussurra, con voce rotta, che la più crudele delle povertà non è quella del pane, ma quella della speranza.

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