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Giudiziaria

Il Qatargate israeliano può essere la fine politica per Benjamin Netanyahu

L'accusa: stretti collaboratori di Netanyahu avrebbero ricevuto soldi dal Qatar, il principale sponsor di Hamas. E intanto lo Shin Bet...
Israele

Gerusalemme, 31 marzo 2025. Una giornata che potrebbe segnare una svolta, non solo per il destino politico di Benjamin Netanyahu, ma per l’intero assetto istituzionale di Israele. Il primo ministro, figura tanto carismatica quanto controversa, si è trovato a lasciare in fretta e furia il tribunale di Tel Aviv, dove era impegnato nel suo lungo processo per corruzione, per rispondere a una convocazione urgente. Motivo? Testimoniare in un’indagine parallela, ribattezzata Qatargate, che scuote i palazzi del potere israeliano con accuse di legami opachi tra i suoi più stretti collaboratori e il ricco emirato del Golfo. Due sospettati, membri del suo entourage, sono stati arrestati nella stessa mattinata, mentre un bavaglio giudiziario impedisce di conoscere i dettagli più scabrosi di questa vicenda. Ma ciò che emerge, tra le righe di una narrazione frammentata, è un intreccio di politica, interessi stranieri e fragilità istituzionali che merita di essere analizzato con attenzione.

Il contesto: un leader sotto pressione

Benjamin Netanyahu non è nuovo alle tempeste giudiziarie. Da anni affronta accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia, un fardello che lo accompagna mentre guida un Paese in guerra, diviso internamente e alle prese con una crisi di legittimità senza precedenti. La guerra a Gaza, il fallimento della sicurezza del 7 ottobre 2023, la gestione dei negoziati per gli ostaggi: ogni passo del premier è sotto il microscopio di un’opinione pubblica stanca e di un’opposizione agguerrita. Eppure, il Qatar-gate sembra aggiungere un tassello diverso, più insidioso, a questo mosaico di accuse. Non si tratta solo di tangenti o favori personali, ma di un’ipotesi che tocca il cuore della sicurezza nazionale: i suoi collaboratori avrebbero ricevuto somme ingenti dal Qatar, Stato che, pur non essendo formalmente un nemico di Israele, ospita leader di Hamas e ne sostiene finanziariamente le attività.

Secondo le indiscrezioni filtrate da Kan e Haaretz – due voci autorevoli nel panorama mediatico israeliano – gli assistenti di Netanyahu sarebbero stati coinvolti in una campagna per migliorare l’immagine del Qatar all’estero, un’operazione che, se confermata, solleverebbe interrogativi inquietanti. Come è possibile che, in un momento di guerra contro Hamas, figure chiave dell’entourage del premier abbiano intrattenuto rapporti economici con uno dei principali sponsor del gruppo terroristico? E quale ruolo ha avuto Netanyahu stesso in tutto questo? Lui, per ora, si limita a liquidare l’inchiesta come fake news, una “caccia alle streghe” orchestrata per abbatterlo politicamente. Ma le sue parole, pronunciate in un video dopo un’ora di testimonianza, non dissipano i dubbi: suonano come un riflesso difensivo, un tentativo di spostare l’attenzione altrove.

Un conflitto di interessi esplosivo

Dal punto di vista legale, il Qatargate rappresenta una mina vagante. L’indagine, condotta congiuntamente dallo Shin Bet – il servizio di sicurezza interna – e dalla polizia, è partita a fine febbraio su ordine della procuratrice generale Gali Baharav-Miara, una figura che Netanyahu ha ripetutamente cercato di delegittimare. I sospetti riguardano reati gravi: contatto con un agente straniero, frode, riciclaggio di denaro e corruzione. Sebbene Netanyahu non sia formalmente un sospettato, la sua posizione di vertice rende inevitabile la domanda: era a conoscenza di queste attività? E, se sì, perché non è intervenuto?

Il conflitto di interessi emerge con chiarezza nella decisione del premier di licenziare Ronen Bar, capo dello Shin Bet, proprio mentre l’agenzia indagava sui suoi collaboratori. Bar, che ha guidato i negoziati per il cessate il fuoco con Hamas a gennaio, ha denunciato il suo siluramento come un atto viziato da motivazioni personali, un tentativo di ostacolare l’inchiesta sul Qatar. La Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi l’8 aprile sulle petizioni contro questo licenziamento, si trova ora a dover bilanciare il diritto del Governo di nominare i capi delle agenzie di sicurezza con la necessità di garantire l’indipendenza delle istituzioni. Nel frattempo, Netanyahu ha già scelto un sostituto, Eli Sharvit, ex comandante della marina, una mossa che i critici leggono come un segnale: il controllo politico sullo Shin Bet deve prevalere.

Qui si gioca una partita giuridica cruciale. Se il licenziamento di Bar fosse ritenuto illegittimo, si aprirebbe uno squarcio nella credibilità del Governo. Ma se fosse confermato, si consoliderebbe un precedente pericoloso: il potere esecutivo potrebbe intervenire per soffocare indagini scomode, minando lo stato di diritto. Il bavaglio imposto dal tribunale di Rishon Lezion, in vigore fino al 10 aprile, aggiunge un ulteriore strato di opacità, alimentando le teorie di chi vede in tutto questo un’operazione per proteggere l’inner circle di Netanyahu.

Una democrazia in bilico

Sul piano politico, il Qatargate è un terremoto. Le proteste che hanno invaso Tel Aviv e Gerusalemme dopo l’annuncio del licenziamento di Bar non sono solo una reazione alla vicenda specifica, ma il sintomo di un malessere più profondo. Decine di migliaia di israeliani accusano Netanyahu di prolungare la guerra a Gaza per scopi personali, di sacrificare gli ostaggi – 59 dei quali ancora nelle mani di Hamas – sull’altare della propria sopravvivenza politica. Il partito Likud, dal canto suo, ribatte che l’inchiesta e gli arresti soino parte di un complotto per bloccare la rimozione di Bar e rovesciare il premier. Una narrazione che richiama toni populisti, dipingendo un “deep state” di sinistra deciso a sabotare un leader “forte”.

Ma la realtà è più complessa. Il Qatar, con il suo ruolo ambiguo di mediatore e finanziatore di Hamas, è da anni al centro delle critiche per la politica israeliana di “contenimento” della Striscia di Gaza. Netanyahu stesso, nel 2018, autorizzò il trasferimento di fondi qatarini a Gaza, ufficialmente per scopi umanitari, una scelta che oggi molti leggono come un errore strategico culminato nel disastro del 7 ottobre. Se emergesse che i suoi collaboratori hanno continuato a lucrare su questi rapporti durante la guerra, il colpo alla sua credibilità sarebbe devastante. L’opposizione, guidata da figure come Yair Lapid, non ha esitato a cavalcare l’onda, chiedendo scioperi nazionali e accusando Netanyahu di tradire la democrazia.

Il prezzo della stabilità

Cosa significa tutto questo per Israele? In un momento in cui il Paese affronta minacce su più fronti – Hamas a Gaza, Hezbollah a Nord, l’Iran sullo sfondo – la stabilità interna è un bene prezioso. Eppure, il Qatargate rischia di trasformarsi in un catalizzatore di divisioni. La fiducia nelle istituzioni, già erosa da anni di polarizzazione politica, potrebbe subire un colpo fatale se l’inchiesta confermasse i peggiori sospetti. Al contempo, la pressione su Netanyahu potrebbe spingerlo a mosse estreme: la ripresa dei combattimenti a Gaza, che ha spezzato una tregua di due mesi, è stata giustificata come un modo per “fare pressione su Hamas”, ma molti la vedono come un diversivo per distogliere l’attenzione dai guai interni.

Il Qatar, da parte sua, respinge le accuse come una “campagna diffamatoria”. Difficile credere che Doha ammetta un coinvolgimento diretto, ma il suo ruolo di attore ambiguo nel conflitto israelo-palestinese è ormai un dato di fatto. Resta da capire se questa vicenda sia solo l’ennesimo scandalo destinato a dissolversi o il segnale di una crisi più profonda, capace di ridefinire gli equilibri di potere in Israele.

La verità come ostaggio

In questo groviglio di accuse, controaccuse e silenzi imposti, una cosa è certa: la verità è la prima vittima. Il Qatargate non è solo una questione di soldi o di influenze straniere; è uno specchio delle fragilità di una democrazia sotto assedio, interna ed esterna. Netanyahu, con la sua abilità di sopravvivere politicamente, potrebbe ancora uscirne indenne. Ma a quale costo? La risposta, forse, arriverà l’8 aprile, quando la Corte Suprema si pronuncerà. O forse no. Perché in questa storia, come in tante altre, il confine tra giustizia e politica è sottile, e il rischio di perderlo di vista è altissimo.

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