Mentre lo stragista Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, si appresta ad atterrare a Budapest e a passarvi un paio di belle giornate alla faccia del mandato d’arresto spiccato contro di lui (e contro l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant) dalla Corte penale internazionale nel novembre scorso, dall’Ungheria rimbalza un’indiscrezione: il ministro ungherese della Giustizia, Bence Tuzson, durante un incontro con gli ambasciatori, avrebbe anticipato l’intenzione di Viktor Orban di uscire dalla Corte stessa, presentando nel prossimo futuro una proposta di legge al Parlamento. Notiamo di passaggio che l’Ungheria aderì al Trattato di Roma, istitutivo della Corte, nell’ormai lontano 1999.
L’atteggiamento di Orban non stupisce. Quando la Corte spiccò il mandato d’arresto, il premier ungherese definì le accuse nei confronti di Netanyahu “vergognose”, dichiarò che non avrebbe eseguito il mandato e, anzi, invitò Netanyahu a visitare l’Ungheria. E ha tirato dritto anche quando la Corte ha precisato che “non spetta ai singoli Stati valutare unilateralmente la legittimità o la validità delle decisioni della Cpi” e che “la Corte fa affidamento sugli Stati per l’esecuzione delle sue decisioni. Non si tratta solo di un obbligo giuridico nei confronti della Corte stessa come previsto dallo Statuto di Roma, ma anche di una responsabilità verso gli altri Stati parte”. Orban d’altra parte è questo: appena insediato alla presidenza di turno dell’Unione europea, nel luglio del 2024, volò a Mosca per incontrare Vladimir Putin, anche lui un “ricercato” della Corte dal marzo del 2023.
Conosciamo Orban, l’Erdogan del Vecchio Continente, e non ci stupiamo che al suo spericolato e cinico movimentismo stiano strette sia l’Europa sia le regole della convivenza internazionale. D’altra parte Netanyahu va e viene negli Usa (che peraltro non aderiscono al Trattato di Roma), che sul piano internazionale contano un po’ di più della piccola Ungheria, quindi…
La Ue se ne lava le mani
Ci stupisce, invece, chi si stupisce. In occasione dell’arrivo di Netanyahu in Ungheria, quindi sul suolo dell’Unione europea, i portavoce della Commissione europea hanno rilasciato una meravigliosa dichiarazione: “Come affermato nelle Conclusioni del 2023, il Consiglio invita tutti gli Stati a garantire la piena cooperazione con la Corte, anche mediante la rapida esecuzione dei mandati di arresto pendenti”. In altre parole, la Ue dice che i singoli Stati devono prendersi la responsabilità di arrestare chi è inseguito dalla Corte mentre l’Unione europea stessa può fregarsene altamente. Non che la Ue possa arrestare questo o quel capo di Stato in un certo Paese. Però, restando al caso in questione, se davvero crede che Netanyahu vada arrestato potrebbe almeno evitare di fornirgli ogni possibile appoggio politico, come invece va facendo da anni. Per esempio potrebbe spiegare all’ineffabile Kaja Kallas, l’alto commissario per la Politica estera, che sarebbe meglio non scambiare baci e abbracci con Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri di Israele, uno dei massimi sostenitori della deportazione di massa dei palestinesi di Gaza. O richiamare il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha serenamente affermato: “Noi riteniamo che la richiesta non sia applicabile a Netanyahu e mi sembra difficilmente realizzabile dal punto di vista pratico. Sono richieste, secondo me, non fondate”. Tajani che, peraltro, si rifaceva ad analoghe e precedenti prese di posizione da parte della Francia.
Arrivati a questo punto, sarebbe ora di andare sl cuore della questione, che secondo noi è questo: il concetto, l’idea stessa di diritto internazionale è ormai morta e sepolta. Questo famoso “diritto” di cui ci si riempie la bocca nei dibattiti e nelle conferenze stampa è una pura scenografia di cartapesta che copre l’unico vero “diritto” vigente: quello del più forte. Putin fa quello che fa perché ha la forza per farlo. Netanyahu idem. E altro da dire non c’è. Perché, altrimenti, tutti cercherebbero di procurarsi la bomba atomica, l’unico vero baluardo dalle aggressioni altrui? Perché George W. Bush e Tony Blair non sono stati trascinati davanti a una qualche Corte per aver invaso l’Iraq nel 2003, mentendo sulle armi di distruzione di massa all’Onu e provocando centinaia di migliaia di morti (direttamente) oltre alla nascita (indirettamente) dell’Isis? E già che ci siamo, perché gli artisti e gli atleti americani e britannici non sono stati cacciati dalle Olimpiadi e dai teatri, com’è invece avvenuto con quelli russi dopo il 2022?
Pensate al concetto “diritto internazionale” e ricordatevi di questo: appena il tempo di un giro di giostra dopo l’impresa irachena e nel 2007 Blair viene messo alla testa del Quartetto (Onu, Usa, Ue e Russia) che doveva cercare una soluzione al conflitto tra Israele e i palestinesi. Vi resterà fino al 2015, spendendo un mare di soldi all’Hotel American Colony di Gerusalemme e concludendo nulla. L’uomo che aveva distrutto l’Iraq, un Paese arabo e musulmano, messo da Onu e Ue a mediare tra lo Stato ebraico e i palestinesi arabi e musulmani. non è un fantastico esempio di attaccamento al “diritto internazionale”?
Inutile quindi prendersela con Orban (anche se, trattandosi di Israele, molti faranno finta di niente, mentre se avesse ricevuto Putin avrebbero scatenato l’inferno), che rispetto a quegli altri è solo un apprendista, anche se svelto a imparare. Quelli che abbiamo fatto sono solo pochi esempi sparsi, questo non è un saggio ma un articolo. Però il punto non cambia: il diritto internazionale è ormai quella cosa che si applica se al più forte conviene e che si può calpestare se al più forte conviene. Altro non c’è. Prima accetteremo questa orribile realtà, prima riusciremo a trovare un qualche rimedio.
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