Una lama d’asfalto che solca la terra per dividerla. Una strada che separa, invece di favorire l’incontro. Un’infrastruttura che promette sviluppo, ma colpisce al cuore della Cisgiordania. Israele la definisce “Strada del Tessuto della Vita”, un’espressione che suscita un senso di ironia amara, evocando titoli di opere distopiche. In realtà, questa infrastruttura, lontana dal favorire la coesione sociale, si configura come un elemento di frammentazione. Con un investimento di 335 milioni di shekel, il Governo israeliano ha dato il via libera alla costruzione di questa arteria che collegherà Elazariya e A-Za’im, spianando la strada – è proprio il caso di dirlo – all’annessione di Ma’ale Adumim e alla realizzazione del famigerato piano E1.
Il piano, da tempo al centro di polemiche, prevede la costruzione di migliaia di unità abitative in un’area strategicamente cruciale della Cisgiordania. La sua realizzazione comporterebbe la creazione di una cesura territoriale netta, ostacolando la coesione geografica palestinese e la possibilità di uno Stato palestinese contiguo. Inoltre, il piano E1 isolerebbe di fatto Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania, compromettendo ulteriormente le prospettive di una soluzione a due Stati. L’impatto del progetto non si limiterebbe alla sfera politica, ma avrebbe anche gravi conseguenze umanitarie, limitando ulteriormente la libertà di movimento dei palestinesi e ostacolando il loro sviluppo economico e sociale.
A prima vista, sembra solo un nastro d’asfalto in più. Eppure, basta guardare la mappa per comprendere che non è così. La Cisgiordania si presenta come un territorio segmentato, un labirinto geopolitico in cui le dinamiche di controllo esulano dalle prerogative della popolazione palestinese, definendo la configurazione della viabilità, delle barriere fisiche e della connessione territoriale. La realizzazione di questo nuovo tracciato rappresenta un’azione che compromette in modo decisivo la fattibilità di uno Stato palestinese sovrano.
Un sistema di segregazione dei palestinesi
Facciamo un passo indietro. Ma’ale Adumim trascende la semplice definizione di insediamento, si presenta come un progetto strategico, un’entità di cemento e ideologia. Fondata nel 1975, questa colonia ospita attualmente oltre 40.000 cittadini israeliani e rappresenta un fulcro dell’espansione territoriale israeliana in Cisgiordania. L’obiettivo perseguito dai Governi di Tel Aviv, da decenni, è l’integrazione di Ma’ale Adumim nel territorio israeliano, stabilendo una connessione territoriale con Gerusalemme Est. Il piano E1, sigla glaciale per un piano incandescente, prevede la realizzazione di un’area di insediamenti che dividerebbe definitivamente la Cisgiordania. Questa strategia geopolitica, però, si sviluppa in un territorio abitato, dove la popolazione locale palestinese è consapevole che la costruzione di tale infrastruttura non si limita alla realizzazione di una strada, ma costituisce il preludio di un’evoluzione territoriale con implicazioni predeterminate.
La linea d’azione utilizzata in questa occasione assume una forma particolarmente subdola, riproponendo dinamiche già osservate in altre aree della Cisgiordania. Il progetto prevede la costruzione di una strada destinata esclusivamente ai palestinesi, un percorso alternativo concepito per precludere loro l’attraversamento dell’area di Ma’ale Adumim. La misura, apparentemente presentata come una concessione, si rivela in realtà un’imposizione. La creazione di strade separate per popolazioni distinte consolida un sistema di segregazione già esistente, che non necessita di barriere fisiche, in quanto integrato nella stessa conformazione geografica del territorio. Una simile politica di separazione infrastrutturale, giustificata da Israele con motivazioni di sicurezza, comporta la reclusione forzata dei palestinesi, confinandoli in aree sempre più ristrette e isolate.
La costruzione di questa opera viaria comporterà l’isolamento di numerose comunità beduine, tra cui al-Khan Al-Ahmar, attualmente residenti nell’area. L’assenza di vie di accesso alternative le priverà di connessione con il resto della Cisgiordania, con la conseguente potenziale dislocazione di migliaia di abitanti palestinesi. Inoltre, il tracciato della strada prevede la demolizione di abitazioni situate nella comunità di A-Saraiya, situata in Area B. L’Area B è una delle tre divisioni amministrative della Cisgiordania, definite dagli Accordi di Oslo II del 1995. In quest’area, l’autorità civile è condivisa tra l’Autorità Palestinese e Israele, mentre Israele mantiene il controllo della sicurezza. La demolizione di queste case, come l’intero processo, viene giustificata da ordini di sequestro militari che consentono alle autorità israeliane l’utilizzo temporaneo del terreno per motivi di sicurezza. Analogamente, le comunità di Wadi Jamal e Jabal Al-Baba, composte da centinaia di palestinesi e situate in prossimità del tracciato, saranno isolate dal loro tessuto geografico-sociale, con incertezza riguardo alle modalità di accesso alle loro abitazioni.
Un insostenibile arcipelago di enclavi
La nuova arteria stradale è concepita per convogliare il traffico palestinese al di sotto del tracciato della barriera di separazione, incanalandolo all’interno del Blocco Adumim, un’area di insediamenti israeliani il cui centro principale è proprio Ma’ale Adumim, attraverso un percorso delimitato da strutture murarie che precludono l’accesso al versante israeliano, creando un assetto strutturale simile a quella di un tunnel. Una volta ultimata l’opera, Israele potrà sostenere che la costruzione nell’area E1 e l’edificazione della barriera perimetrale al Blocco Adumim non determinano una discontinuità territoriale in Cisgiordania, adducendo l’esistenza di una via di transito alternativa per i palestinesi. Tale argomentazione, in realtà, si dimostra inconsistente. La realizzazione di un esiguo corridoio viario, strutturato come passaggio tunnelizzato e destinato a collegare zone territorialmente scollegate, non soddisfa i requisiti di contiguità territoriale necessari per lo sviluppo sostenibile e la sussistenza della popolazione palestinese nell’area metropolitana di Ramallah-Gerusalemme-Betlemme. L’assenza di una reale contiguità territoriale compromette la fattibilità di uno Stato palestinese indipendente e prospero, ostacolando la realizzazione della soluzione a due Stati, già compromessa dalla proliferazione di insediamenti e avamposti israeliani in territorio palestinese.
Il tema della continuità territoriale trascende la dimensione tecnica, rivelando la propria natura di variabile determinante per ogni possibile risoluzione pacifica della questione israelo-palestinese. L’assenza di un territorio unificato trasforma la Cisgiordania in un arcipelago di enclavi amministrativamente insostenibile, vanificando la possibilità di uno Stato palestinese. L’affermazione che la costruzione di questa strada non costituisca un atto politico si configura come una deliberata mistificazione. Ogni intervento infrastrutturale in Cisgiordania, dalla posa di una singola pietra alla realizzazione di un chilometro di asfalto, di una rotonda o di uno svincolo, rappresenta sempre un atto politico che travalica di gran lunga le declamate finalità urbanistiche. Alla luce di questa realtà, ogni decisione infrastrutturale è una dichiarazione di guerra o di pace. E questa, chiaramente, non è una dichiarazione di pace.
Questa strada, in fondo, non è solo asfalto e cemento. È una metafora. Rappresentazione concreta di un conflitto che sembra destinato a non trovare mai una soluzione giusta, né equa né duratura. Un promemoria amaro di come, in certe parti del mondo, il futuro non si edifica su fondamenta di accordi, bensì sull’implacabile ontologia del cemento, materia che definisce e limita, che plasma e annulla. Una testimonianza tragica di come, mentre si disegna la geografia di domani, si continui a cancellare quella di ieri. La strada diviene, in tal modo, un monumento all’assenza di dialogo, un’epigrafe di un conflitto che si autoalimenta nella sua stessa irrisolvibilità.
E allora, dopo che l’odore acre del catrame si sarà mescolato alla polvere del deserto, dopo che i segnali stradali saranno stati piantati come bandiere di metallo su una terra che Israele sottrae sistematicamente al popolo palestinese, cosa rimarrà della Cisgiordania quando l’ultima pietra di questo piano sarà stata posata? E soprattutto, chi potrà ancora chiamarla casa?
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