Il documentario “Algérie, sections armes spéciales”, recentemente posticipato dalla Tv francese, riporta alla luce uno dei capitoli più oscuri del colonialismo: l’uso massiccio e sistematico di armi chimiche da parte dell’esercito francese contro i combattenti e i civili algerini. Ma questo orrore non è isolato nella storia europea: richiama in modo inquietante l’impiego dei gas da parte dell’Italia fascista durante la guerra d’Etiopia. Due episodi separati da tempo e spazio, ma uniti da una logica coloniale che ha giustificato ogni violenza pur di mantenere il dominio.
L’Algeria e i gas della République
Il documentario diretto dalla giornalista Claire Billet e dallo storico militare Christophe Lafaye denuncia con rigore l’impiego di armi chimiche da parte dell’esercito francese nel corso della guerra d’Algeria (1954-1962). Attraverso testimonianze raccolte sul campo e anni di ricerca d’archivio, Lafaye ha individuato oltre 440 luoghi contaminati e fino a 10.000 operazioni chimiche condotte dall’esercito transalpino, soprattutto tra il 1956 e il 1961, con gas come il CN2D (una miscela di cloroacetofenone e adamsite). Lo scopo: stanare i combattenti dell’FLN rifugiati nelle grotte dell’Aurès e della Cabilia, ma anche colpire preventivamente rifugi civili per impedirne l’uso.
I dati sono sconvolgenti: tra 5.000 e 10.000 combattenti algerini sarebbero morti per intossicazione, mentre a Taxlent, nella wilaya di Batna, ben 118 civili trovarono la morte in un’unica operazione nel marzo 1959. Tutto questo avveniva mentre la Francia era firmataria del Protocollo di Ginevra del 1925, che proibiva l’uso di armi chimiche. Le informazioni su queste operazioni, secretate per decenni, sono emerse solo grazie a testimonianze di veterani e archivi privati, poiché le fonti ufficiali restano sigillate da una legislazione che impedisce l’accesso agli atti relativi a “armi di distruzione di massa”.
L’Etiopia gassata: la guerra chimica di Mussolini
L’uso dei gas da parte della Francia coloniale non è un caso isolato. Circa vent’anni prima, fu l’Italia fascista di Benito Mussolini a inaugurare su larga scala l’uso delle armi chimiche in Africa. Durante la guerra d’Etiopia (1935-1936), le truppe italiane – su ordine diretto del comando supremo – impiegarono massicciamente il gas mostarda (iprite), sia contro l’esercito etiope che contro la popolazione civile.
Le prime bombolette di iprite vennero lanciate nel dicembre 1935, ma l’escalation vera avvenne nei primi mesi del 1936: secondo i rapporti delle stesse autorità coloniali, oltre 300 bombardamenti chimici furono effettuati in meno di sei mesi. L’iprite fu diffusa non solo dall’alto, ma anche attraverso l’inquinamento di pozzi e fonti d’acqua – una tattica che provocò effetti devastanti sulla popolazione, sulla fauna e sull’agricoltura. Gli storici parlano di decine di migliaia di morti: il numero esatto resta incerto, ma l’uso sistematico del gas fu documentato già all’epoca da osservatori internazionali.
Anche in questo caso, si trattò di una violazione diretta del Protocollo di Ginevra, che l’Italia aveva firmato nel 1928. Tuttavia, le denunce furono ignorate dalla Società delle Nazioni, che temeva di sanzionare l’Italia per non alienarla nell’equilibrio europeo pre-seconda guerra mondiale. La censura e la propaganda fascista fecero il resto, occultando il crimine per decenni. Solo a partire dagli anni Ottanta e Novanta, grazie a storici come Angelo Del Boca, l’uso del gas venne pienamente riconosciuto.
Una stessa logica coloniale
Nonostante la differenza di contesto – l’una guerra di “decolonizzazione” negli anni Cinquanta-Sessanta, l’altra una guerra coloniale negli anni Trenta – le analogie sono profonde.
In entrambi i casi:
• L’arma chimica fu usata non come extrema ratio ma come strumento sistematico di repressione.
• Gli effetti colpirono indiscriminatamente combattenti e civili.
• I Governi coinvolti agirono nel silenzio o nella complicità della comunità internazionale.
• Le operazioni furono coperte dal segreto di Stato, anche decenni dopo la fine del conflitto.
• Le vittime furono in gran parte popoli colonizzati, considerati inferiori e sacrificabili nel nome della “civilizzazione” o della “ragion di Stato”.
A differenza del Terzo Reich – la cui eredità criminale è stata ufficialmente processata e condannata – le guerre chimiche coloniali di Francia e Italia non hanno mai conosciuto un vero processo storico o giuridico. Nessun tribunale ha mai condannato i responsabili, nessuna verità ufficiale è mai stata scritta, e ancora oggi si fa fatica a parlarne sui media nazionali dei due Paesi.
Un presente che pesa sul futuro
Il caso del documentario francese posticipato dalla tv pubblica solleva un interrogativo inquietante: è possibile che nel 2025 si abbia ancora paura di mostrare la verità sul colonialismo? La risposta è purtroppo affermativa. La scelta di France Télévisions di ritardare la trasmissione per “adattare la programmazione agli eventi geopolitici” è un segnale di quanto il passato pesi ancora sulle relazioni internazionali attuali, specialmente tra Francia e Algeria. Ma è anche un sintomo di rimozione collettiva.
Allo stesso modo, in Italia, l’impiego di gas in Etiopia resta largamente ignorato nei programmi scolastici e nei mezzi d’informazione. Ancora oggi, la maggior parte dei cittadini italiani ignora che il regime fascista abbia utilizzato armi chimiche su larga scala in Africa. La memoria collettiva si è fermata all’idea del “bravo italiano” colonizzatore “mite”.
Una storia mai affrontata
Che si tratti della Cabilia gassata da Parigi o delle valli etiopi bombardate da Roma, la storia delle armi chimiche coloniali è una pagina che l’Europa non ha mai davvero avuto il coraggio di leggere fino in fondo. Eppure, la memoria di quei crimini – non simbolica, ma concreta e documentata – è oggi più urgente che mai: non solo per giustizia verso le vittime, ma per costruire una coscienza storica capace di riconoscere i limiti del potere e l’orrore che può scaturirne quando è esercitato senza freni.
“Abbiamo gassato gli algerini”, scriveva Claire Billet nel 2022. Ma potremmo aggiungere: “abbiamo gassato anche gli etiopi”. È tempo di smettere di sussurrare e iniziare a raccontare.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

