Il 20 marzo del 1995 era un lunedì. In Giappone era appena iniziata un’intensa giornata lavorativa. Le linee della metropolitana di Tokyo erano affollatissime, e i vagoni trasportavano numerosi tipi di viaggiatori. C’erano frotte di impiegati stremati dal duro lavoro d’ufficio, salaryman incravattati desiderosi di ottenere ambite promozioni, studenti con zaini pieni di libri e pendolari occasionali. Tutti erano accomunati da un desiderio: rientrare a casa il prima possibile per tirare un po’ il fiato in occasione del 21 marzo, festa nazionale per l’equinozio di primavera.
Tra le 7 e le 8 del mattino l’aria era frizzante. Poco dopo, all’interno di cinque treni delle linee Hibiya, Chiyoda e Marunouchi, divenne irrespirabile. Morirono 14 persone. Altre 6.000 sarebbero rimaste ferite, alcune con effetti duraturi. In Giappone si era appena verificato il più grave attentato dal termine della Seconda guerra mondiale.
L’attentato alla metropolitana di Tokyo
La mattina del 20 marzo, cinque membri della setta Aum Shinrikyo si introdussero nella metropolitana di Tokyo come normali passeggeri. Nessuno li avrebbe potuti notare. Si mischiarono con gli altri passeggeri portando con sé una sostanza mortale, il sarin, e ombrelli dalle punte affilate.
Il potente gas nervino in forma liquida era contenuto in sacchetti di plastica coperti da giornali. Ad un certo punto i membri del gruppo li forarono, lasciandoli cadere nei treni, per poi fuggire. In quel momento milioni di persone stavano utilizzando i treni della metro. Fu l’apocalisse. I passeggeri iniziarono a tossire sangue, perdere i sensi, vomitare e svenire. In migliaia inalarono il sarin. Alcuni riuscirono a raggiungere le uscite della metropolitana, mentre tanti altri svennero nei vagoni.
Dopo qualche minuto entrarono in azione sia le forze dell’ordine che i soccorsi. Nessuno sapeva cosa diavolo fosse successo, né quale fosse la causa del disastro. Tra le ipotesi messe sul tavolo: la vendetta di gruppi di estrema destra contro il governo nipponico che si era appena scusato con gli Stati Uniti per l’attacco di Pearl Harbor; un attentato realizzato dall’Armata Rossa giapponese; un macabro regolamento dei conti perpetuato dalla Yakuza.
La setta Aum Shinrikyo
L’attentato fu invece organizzato dall’Aum Shinrikyo (traducibile come “verità suprema”), una setta da tempo nota alla polizia giapponese, ma sempre più o meno ignorata perché ritenuta una – seppur strana e ambigua – semplice organizzazione religiosa. Il gruppo, abbreviato in Aum, credeva che la fine del mondo fosse imminente e che chiunque non facesse parte dello stesso sarebbe andato all’inferno, a meno che non venisse ucciso dai suoi membri.
Il fondatore, conosciuto come Shoko Asahara (al secolo Matsumoto Chizuo), creò Aum nel 1987. Nacque come un gruppo spirituale che fondeva credenze indù e buddiste, ma avrebbe presto abbracciato profezie cristiane apocalittiche. Mr. Shoko, grassottello con capelli e barba lunghissimi, aveva lavorato come terapista di agopuntura, rivenditore di medicina tradizionale cinese e istruttore di yoga. Dichiarava di essere sia Cristo che il primo illuminato dopo Buddha.

La sua setta, che ottenne lo status ufficiale di organizzazione religiosa in Giappone nel 1989, raccolse un seguito nazionale e globale considerevole. In patria, per esempio, attrasse la giovane élite giapponese disillusa dalla prosperità materiale del Paese. Al suo apice, Asahara poteva contare su decine di migliaia di seguaci in tutto il mondo.
Il fondatore di Aum definì l’attentato alla metropolitana di Tokyo come un “sacro tentativo di elevare le anime dannate di questo mondo a uno stadio spirituale superiore”. Gli autori dell’attacco e Mr. Asahara sarebbero stati arrestati pochi mesi dopo la strage e, nel 2018, al termine di un lungo processo, furono tutti condannati a morte. Per la cronaca, Aum non è mai scomparsa. Ha cambiato nome in Aleph e in Giappone è ancora legale. Asahara è tutt’oggi venerato da circa 1.600 membri sparsi in vari gruppi secessionisti.
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