Con un linguaggio quasi dannunziano Antonio Scurati ci ha fatto tornare a una retorica che sembra uscita dalla Prima Guerra mondiale. Una guerra scoppiata anche perché molti socialisti si schierarono in modo acritico con i propri Governi. È il richiamo che lo scrittore della saga di Mussolini, da poco portata sul piccolo schermo in Italia, lancia in accompagnamento ai programmi di riarmo europei. «Resta il fatto che non siamo più dei guerrieri», si lamenta Scurati dalle pagine di Repubblica, mercoledì, dopo aver elencato gli indubbi vantaggi di 80 anni di pace. «Il pacifismo è stata una rivoluzione culturale, e va meditato, rispettato, ma non potrà mai diventare una piattaforma politica». E poi aggiunge: «L’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo dovrebbe essere l’occasione per ritrovare lo spirito combattivo. Fummo allora, noi europei d’Occidente, per l’ultima volta guerrieri».
Il pezzo di Scurati è pensato evidentemente per rispondere alla percepita minaccia crescente della Russia e della Cina, e della inquietante postura di Washington che potrebbe portare a uno smembramento dell’Europa. Nonché a una sconfitta, piena e definitiva, dell’Unione Europea. Manca però del tutto dal testo il ruolo della diplomazia oltre a quello, critico, dell’opinione pubblica. E poi c’è una frase che lascia perplessi: quella sul presunto ripudio dell’imperialismo di casa nostra. Sembra quasi che Scurati dimentichi un dettaglio: quando parla di ripudio dell’imperialismo, forse pensa al fatto che gli italiani non vogliono più invadere Francia o Russia. Ma si dimentica dei disastri del nostro imperialismo recente, soprattutto verso i popoli non bianchi, che hanno subìto le conseguenze delle nostre azioni senza che l’establishment ne sia stato minimamente scalfito.
E poi c’è quel paragone che non regge: mettere sullo stesso piano la Resistenza italiana, combattuta contro un invasore genocida con ambizioni di sterminio su base razziale, e uno scontro tra potenze atomiche per il dominio regionale, è quantomeno azzardato. Scurati, per essere onesto, avrebbe potuto dire: «Facciamoci l’atomica, e basta».
La scrivania dell’intellettuale guerriero
Ma torniamo al testo. Scurati, con il suo stile febbrile, e non pochi riferimenti alla filosofia guerriera di Ernst Jünger (e i guerrieri “feroci, formidabili, orgogliosi e vittoriosi” del passato, e la guerra come “l’esperienza plenaria, l’accadimento fatidico, il momento della verità”, scimmiottando appunto il filosofo tedesco) riassume una tensione che oggi attraversa l’Europa. L’Unione Europea è nata come un progetto di pace (anche se non certo post-coloniale), puntando sull’integrazione economica e sul Welfare sociale, non sulla potenza militare. Questa identità “post-eroica” ha garantito stabilità per decenni, ma oggi, per Scurati e altri intellettuali come lui, è diventata una vulnerabilità in un mondo dove le “minacce esterne” sembrano riemergere.
L’idea di aumentare la spesa per la difesa, magari a scapito del Welfare, non incontra solo ostacoli economici ma anche una forte resistenza culturale. A differenza degli Stati Uniti o di alcuni Paesi dell’Europa orientale, molti cittadini dell’Europa occidentale non vedono il sacrificio militare come un dovere nazionale. E qui entra in gioco l’intellettuale “guerriero”, come Scurati, che ha il compito dalla sua scrivania di spingere l’Europa ad adattarsi a un mondo più pericoloso.
C’è chi non è d’accordo
Ma c’è chi non è d’accordo. La giornalista e scrittrice Loredana Lipperini, che pure in passato ha collaborato con Repubblica, per esempio, rifiuta il richiamo di Scurati e propone di rileggere i Wu Ming, riscoprendo la storia di chi si oppose alla guerra e agli eserciti, definendo questo un “compito urgente e di lunga durata”. Respinge l’idea che il pacifismo sia insensato e rifiuta la retorica dominante che ormai assimila tutti i critici del riarmo ai putiniani. Se «diventando imbelli siamo diventati migliori», forse l’alternativa non è neppure affidarci di nuovo alla Nato per risolvere le nostre crisi esistenziali.
E poi c’è un’altra questione: l’idea di una “società guerriera” rimpianta da Scurati è, secondo il reporter Davide Maria De Luca, inviato in Ucraina, una grande illusione. La guerra, nella storia, è stata sempre un passatempo per élite aristocratiche o un obbligo imposto ai poveri e agli emarginati. Con la crescita degli eserciti, la disciplina brutale è diventata essenziale per costringere i soldati a combattere. L’idea che le società abbiano mai abbracciato volontariamente la guerra moderna è, semplicemente, sbagliata.
Insomma, mentre Scurati sogna un’Europa guerriera e depensante, c’è chi preferisce ricordare che la diplomazia e il Welfare sono conquiste da difendere, non vulnerabilità da superare. E forse, invece di cercare lo “spirito combattivo” mentre siamo in grossa crisi di idee, dovremmo riscoprire quello della cooperazione.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

