Ci volevano i dazi di Donald Trump e lo strappo degli Stati Uniti sull’Ucraina per spingere l’Unione europea a volgere lo sguardo verso Est, ben oltre la Russia di Vladimir Putin, il Cremlino e gli Urali. Gli alti funzionari di Bruxelles, preoccupati che l’Ue possa restare scottata dal nuovo corso economico di Washington, hanno inserito in cima alle loro agende una parolina magica: Asia.
È così che, per tentare di smussare i contraccolpi delle tariffe degli Usa, Ursula von der Leyen è volata in India, nel Paese più popoloso del mondo e quarta potenza planetaria in termini di Pil nominale, mentre il commissario dell’Ue per il Commercio, Maros Sefcovic, a marzo atterrerà in Cina.
La presidente della Commissione europea è partita per una missione di due giorni, a Delhi, insieme a una nutrita delegazione del Collegio dei commissari dell’Ue. L’obiettivo ufficiale? “Rafforzare i legami” con la quinta economia mondiale (probabilmente terza entro nel 2030), come sussurrano a Bruxelles.
Quello reale? Von der Leyen proverà a giocare di sponda con il primo ministro indiano, Narendra Modi, cercando di capire quanto, quando, come e se il mercato indiano – immenso ma ancora in chiara fase di sviluppo – potrà in qualche modo bilanciare le perdite derivanti dalla frantumazione dei rapporti transatlantici.

Azzardo Ue: Von der Leyen gioca la carta Modi
Da un lato, l’Europa cerca nuovi mercati, nuove partnership e nuovi colossi economici con cui fare affari. Dall’altro, l’India intende coltivare quanti più legami diplomatici possibile per ridurre la sua dipendenza dalla Cina e porsi, in qualche modo, in una posizione globale analoga a quella del Dragone (seppur con evidenti differenze sistemiche di fondo). Modi ha fatto grandi passi avanti, sia sugli investimenti infrastrutturali fisici che digitali (ne abbiamo parlato qui), e mostrerà questa immagine per convincere Von der Leyen a instaurare una maggiore collaborazione reciproca.
I prossimi anni, se non mesi, saranno dunque decisivi per concretizzare l’accordo commerciale Ue-India – in cantiere da 17 anni – sviluppare una cooperazione bilaterale sui temi tecnologici e della Difesa, e per lanciare il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), un progetto per collegare Delhi con il Medio Oriente e l’Europa attraverso una rete di trasporti, energie e comunicazioni.
La mossa di Bruxelles è tuttavia rischiosa per almeno due ragioni. La prima, e più evidente, è che l’India vanta ottimi rapporti diplomatici, economici e militari con la Russia. Modi ha visitato Mosca per ben due volte nel 2024, e molto presto Putin ricambierà il favore. Come se non bastasse, nonostante le sanzioni occidentali, le raffinerie di Delhi continuano ad acquistare ingenti quantità di petrolio moscovita, a prezzi stracciati, per poi rivenderlo nei mercati internazionali sotto forma di diesel e benzina (alimentando così la “macchina da guerra” del Cremlino).
La seconda ragione: l’India non ha alcuna intenzione di allearsi con l’Occidente, almeno non nel senso che intende Bruxelles. Il gigante asiatico sarà ben felice di potenziare gli affari economici con l’Ue ma difficilmente si spingerà oltre.

Cambio di passo sulla Cina
Ancora più complesso il capitolo dedicato alla Cina. Soltanto pochi mesi fa l’Ue faceva piovere una pioggia di dazi sui veicoli elettrici Made in China in arrivo nel continente, si allineava agli affondi verbali anti cinesi dell’amministrazione Biden e considerava Xi Jinping un rivale sistemico. Oggi quella stessa Europa sta pianificando di inviare i suoi massimi rappresentanti oltre la Muraglia presumibilmente per elemosinare una maggiore integrazione economica con Pechino.
Toccherà a Maros Sefcovic, commissario veterano che ha assunto l’incarico a dicembre, incontrare, tra qualche settimana, il ministro del Commercio cinese Wang Wentao. Ricordiamo che Wang aveva invitato lo slovacco in Cina all’inizio di quest’anno, ma Sefcovic aveva rimandato il viaggio perché voleva visitare fare tappa negli Stati Uniti.
Se, in un primo momento, l’emissario di Von der Leyen era presumibilmente intenzionato a lamentarsi con i cinesi per le importazioni di prodotti a basso costo e dossier simili, la sensazione è che a marzo Sefcovic possa cambiare registro. Ci sono del resto 860 miliardi di motivi (il valore, in dollari, dell’interscambio Ue-Cina) che dovrebbero spingere Bruxelles a tenere in conto il Dragone. Soprattutto nella nuova era dei dazi di Trump. E chissà che, togliendo le tariffe sugli Ev cinesi, Pechino – anch’essa colpita dalle tariffe Usa – non possa in qualche modo aprirsi ulteriormente a Bruxelles.

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