Al secondo tentativo, martedì, il Parlamento ucraino ha confermato all’unanimità il sostegno per il presidente Volodymyr Zelensky. La risoluzione è stata pensata per respingere al mittente le pressioni della Casa Bianca: Donald Trump aveva definito Zelensky un “dittatore” che non vuole far votare la sua gente, che non aveva “nessuna possibilità di rielezione”, dato che la sua popolarità era al “4 per cento”. Una bugia, quest’ultima, ma che serviva a Trump per spingere l’Ucraina verso nuove elezioni come parte di un confuso processo di pace in tre fasi, discusso durante i colloqui tra Russia e Stati Uniti in Arabia Saudita la scorsa settimana.
La risoluzione, intitolata “Dichiarazione della Verkhovna Rada dell’Ucraina sul sostegno alla democrazia in Ucraina in condizioni di aggressione russa”, è stata approvata con 268 voti a favore e 12 astensioni, ribadisce invece che le elezioni non si possono tenere durante lo stato di legge marziale, come ora, e ribadisce il sostegno pieno al mandato di Zelensky, eletto in “elezioni libere, trasparenti e democratiche.
Il testo sottolinea che le elezioni potranno svolgersi solo dopo il raggiungimento di una “pace giusta e duratura” e attribuisce a Vladimir Putin tutta la responsabilità del fatto che elezioni libere e democratiche adesso non si possono tenere. La Rada dichiara anche: “Il popolo ucraino è unanime nell’opinione che tali elezioni dovrebbero essere tenute dopo la fine della guerra”.
Kyiv, umiliazione e orgoglio
Un chiaro segnale di sostegno a Zelensky e un rigetto delle intimidazioni del duo Trump-Putin: interpreta così il voto Tymofiy Mylovanov, della Kyiv School of Economics, secondo il quale la decisione “ribadisce la legittimità di Zelensky a guidare durante la guerra” e ridicolizza uno degli argomenti chiave di Putin. Per Branislav Slantchev, professore di Scienze politiche all’Università della California, il voto è un “grande dito medio a Putin e Trump, in stile ucraino”.
Il testo però è stato approvato in seconda battuta, dopo che al primo tentativo non si erano trovati i numeri necessari, ed erano stati segnalati malumori. Anatolij Sharij, blogger ucraino dell’opposizione, ha criticato la decisione del Parlamento, definendola una “disgrazia” e accusando l’Europa di ipocrisia. Per Oleksiy Arestovych, ex consigliere di Zelensky e podcaster, adesso diventato un suo acerrimo nemico, il Presidente ha comunque i “giorni contati”. Sebbene la democrazia ucraina resti più articolata di quanto ammettano i suoi nemici, e Zelensky non abbia un mandato né un sostegno infinito.
Il voto, inoltre, potrebbe irritare il giglio magico di Trump e complicare i negoziati di pace, poiché Mosca potrebbe rifiutarsi di trattare con il Presidente ucraino. Per ora, Washington e Mosca stanno discutendo un potenziale accordo di pace senza coinvolgere Kyiv, umiliata da un ricatto sulle risorse economiche quasi coloniale.
La risoluzione del Parlamento ucraino vuol dire alla comunità internazionale che la legittimità di Zelensky non è in discussione, e qualsiasi soluzione al conflitto deve passare attraverso il rispetto della sovranità e della democrazia ucraina. Ma intanto la guerra continua, e mentre l’Ucraina insiste su concetti fumosi quali “pace giusta”, prima di nuove elezioni, il futuro dei negoziati rimane incerto.
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