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Scholz re Mida al contrario: la Germania, da più grande economia d’Europa a relitto

Un modello di crescita distrutto, decisioni suicide con la guerra in Ucraina, gestione dilettantesca della questione migratoria. E ora si vota.

La Germania si è ritrovata nel bel mezzo di un disastro economico annunciato, frutto di una gestione miope della guerra in Ucraina e della cieca adesione alle direttive di Bruxelles e Washington. Il celebre Schuldenbremse, il “freno del debito”, che doveva garantire rigore e stabilità, si è rivelato una zavorra insostenibile in un periodo in cui il deficit spending non era solo un’opzione, ma una necessità. Ora, con un’economia che arranca e un elettorato sempre più esasperato, Berlino scopre troppo tardi di aver sacrificato la sua industria e il suo benessere sull’altare delle sanzioni e della fedeltà atlantista.

Il Governo Scholz, un’armata Brancaleone composta da socialdemocratici, Verdi e liberali, si è presentato come il paladino della transizione ecologica e della modernizzazione economica. Risultato? Un’industria automobilistica che perde pezzi, con Volkswagen che pianifica il taglio di 35 mila posti di lavoro e un crollo della produzione di oltre 730 mila veicoli entro il 2030. Un mercato immobiliare in crisi, con affitti alle stelle e il sogno di una casa sempre più irraggiungibile. Un mercato del lavoro bloccato da politiche di sussidi che disincentivano la ricerca di occupazione regolare e alimentano il lavoro nero.

Guerra in Ucraina e decisioni suicide

L’Economist non usa giri di parole: la Germania è il “buco nel cuore dell’Europa”. Un Paese in recessione da due anni, che rischia di entrare nel terzo consecutivo. Un modello di crescita fondato su esportazioni industriali, gas russo a basso costo e sicurezza garantita dagli Stati Uniti, completamente sgretolato. A peggiorare la situazione, la gestione dilettantesca della crisi migratoria ha spalancato le porte alla destra radicale, con Alternative für Deutschland (AfD) che cresce nei sondaggi e frammenta ulteriormente il panorama politico.

Il Financial Times non è più tenero: Scholz ha ereditato la più grande economia europea e l’ha trasformata in un relitto. Il miracolo economico promesso si è dissolto in una crescita anemica: +1,4% nel 2022, poi due anni di calo e ora stagnazione. La guerra in Ucraina, invece di essere la scusa perfetta per riforme strutturali intelligenti, è diventata il pretesto per decisioni suicide: sanzioni che hanno affossato più l’Europa che la Russia, prezzi dell’energia alle stelle, disoccupazione in crescita e fiducia degli investitori ai minimi storici.

Il dogma perverso del rigore

La Germania, che fino a pochi anni fa era la locomotiva dell’Europa, si ritrova ora in coda al convoglio. Tra pochi giorni si vota e il probabile vincitore, Friedrich Merz della CDU, erediterà un Paese in macerie. Ma governare sarà un incubo: una Grosse Koalition con i socialdemocratici potrebbe essere l’unica via per evitare l’instabilità, ma significherebbe solo un’ulteriore paralisi politica.

Intanto, i mercati mandano segnali inequivocabili. Lo spread tra BTP italiani e Bund tedeschi è ai minimi da quattro anni. L’Italia, da sempre lo zimbello dell’austerity made in Germany, si ritrova ora con un debito sostenibile rispetto a una Germania che affoga nelle sue stesse regole. Un contrappasso perfetto, ma che difficilmente farà riflettere chi, per anni, ha dettato legge sui conti altrui e ora si trova a mendicare soluzioni che avrebbe potuto ottenere tre anni fa, se solo avesse avuto il coraggio di smarcarsi dal dogma del rigore e dal diktat di Washington.

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