Cuba sta affrontando una delle peggiori crisi energetiche della sua storia, con blackout sempre più frequenti che paralizzano il Paese e alimentano il malcontento sociale. La novità non consiste nella presenza dei blackout, molto comuni nel Paese da anni ormai. A creare disagio è l’incessante frequenza con cui si sono susseguiti negli ultimi mesi su tutto il territorio.
Il 14 febbraio il governo cubano ha annunciato la sospensione delle attività lavorative e didattiche “non essenziali” per due giorni sull’isola, secondo quanto dichiarato su X dalla ministra del Lavoro, Marta Elena Feito Cabrera. Per coloro che non potranno lavorare, il Governo elargirà l’equivalente del salario perduto.
Da agosto 2024 sono stati registrati tre blackout totali nazionali, che hanno imposto la necessità di razionamenti giornalieri. A ottobre, invece, due uragani e due terremoti hanno peggiorato la situazione, causando il malfunzionamento di diverse centrali contemporaneamente, tra cui la centrale termoelettrica Antonio Guiteras, la più grande del Paese, lasciando quasi 10 milioni di persone al buio per più di 72 ore, un lasso di tempo mai registrato prima. In quell’occasione, il collasso aveva portato il presidente Miguel Diaz-Canel a dichiarare l’emergenza energetica. Altri gravi blackout si sono poi verificati a novembre e a dicembre, mentre le interruzioni continuano a verificarsi.
Le cause dell’emergenza energetica
A L’Avana i blackout sono spesso programmati e controllati, permettendo ai cittadini di organizzarsi in anticipo. Nelle altre città, soprattutto nelle zone rurali, l’elettricità può mancare anche per dieci ore e all’improvviso, mettendo la popolazione in grave difficoltà. La crisi sta inevitabilmente avendo un forte impatto sulla popolazione, che si trova in grave difficoltà sia per l’uso domestico dell’energia che non permette la conservazione dei cibi, per non parlare delle difficoltà per gli ospedali. L’attuale crisi sta infatti scatenando proteste senza precedenti nel Paese: solo ad agosto l’osservatorio cubano dei conflitti ha registrato quasi settecento manifestazioni dovute alla mancanza di servizi essenziali tra cui elettricità, acqua e trasporti.
Le cause dell’attuale crisi sono molteplici: l’isola dipende da poche centrali termoelettriche obsolete di fabbricazione sovietica, attive da oltre 40 anni e praticamente prive di manutenzione da anni. La crisi economica ha reso difficile l’acquisto del carburante necessario per mantenerle in funzione. A pesare sulla situazione sono anche un sistema economico inefficiente e l’embargo statunitense.
La crisi energetica sottolinea la stringente necessità di riforme strutturali nel settore elettrico cubano, inclusi investimenti in infrastrutture moderne e una transizione verso fonti di energia rinnovabile. Tuttavia, tali cambiamenti richiedono un ripensamento del modello economico attuale e il supporto di Paesi più ricchi per essere realizzati con successo.
Il possibile ruolo della Cina
Mentre il Governo cubano cerca soluzioni d’emergenza, la Cina potrebbe emergere come un partner strategico nel tentativo di alleviare le difficoltà cubane, sfruttando la storica amicizia tra i due Paesi e la sua crescente influenza in America Latina. Pechino è già impegnata in investimenti infrastrutturali sull’isola: a fine del 2024 ha inviato tonnellate di attrezzature per la riparazione della rete elettrica e sta contribuendo alla costruzione di parchi fotovoltaici.
Senza dubbio potrebbe fornire assistenza attraverso tre principali canali: modernizzazione delle centrali elettriche obsolete, esportazione di combustibili a condizioni vantaggiose e sviluppo di energie rinnovabili. La Cina è leader mondiale nella produzione di pannelli solari e turbine eoliche, e un eventuale piano di cooperazione energetica con Cuba potrebbe ridurre la dipendenza dell’isola dal petrolio importato e quindi garantirle autonomia energetica, mitigando le continue interruzioni di corrente.
Oltre alla dimensione economica, la questione ha anche un forte peso geopolitico. La Cina potrebbe sfruttare il vuoto lasciato dal Venezuela, che in passato forniva petrolio a Cuba, per rafforzare la sua presenza nell’area caraibica, consolidando un’alleanza strategica a pochi chilometri dagli Stati Uniti. Tuttavia, l’impatto di tali investimenti dipenderebbe da diversi fattori, tra cui la capacità di Cuba di ripagare i finanziamenti cinesi e il rischio di eventuali ritorsioni da parte di Washington, che potrebbe interpretare il sostegno cinese come una minaccia alla sua influenza regionale.
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