Germania e Francia metteranno a disposizione della Nato, per un periodo di tre anni a partire dal 2026, la brigata multinazionale di 5.600 uomini schierata tra le due sponde del Reno. In applicazione di una decisione presa dall’ultimo Consiglio di sicurezza franco-tedesco, il ministro delle Forze Armate di Parigi, Sébastien Lecornu, e il suo omologo tedesco, Boris Pistorius, hanno firmato una lettera al segretario dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, nella giornata del 23 gennaio, annunciando la svolta. Fatto interessante, l’unità congiunta nata nel 1989 e formata per il 40% da truppe francesi e il 60% da militari tedeschi si muoverà dalle sue postazioni e sarà schierata dall’Alleanza Atlantica nel quadro delle forze del Comando nordorientale con sede a Stettino, in Polonia, nell’ambito delle formazioni chiamate a presidiare il fianco Est della Nato in un contesto di crescente rafforzamento del dispositivo militare chiamato a fungere da deterrenza alla Russia.
Come riporta Zone Militaire, la svolta “atlantica” di questo dispositivo nato per essere, assieme alla formazione degli Eurocorps con sede a Strasburgo, il nucleo di un esercito comune europeo che dopo la fine della Guerra Fredda non ha mai visto la luce è dovuta alla volontà di uniformare all’interno e all’esterno le sue prospettive operative.
La brigata franco-tedesca va verso Est
La commissione congiunta dei Parlamenti di Parigi e Berlino chiamata a vigilare sulla Brigade Franco-Allemande (Bfa) ha di recente notato la “differenza tra gli equipaggiamenti rispettivamente adottati dalle unità francesi e tedesche, l’addestramento di queste ultime secondo cicli operativi specifici del loro Paese di origine e, soprattutto, regole d’ingaggio radicalmente distinte” tra le truppe di Parigi e quelle di Berlino che andranno sanate, e possono esserlo nel migliore dei modi nel quadro delle missioni multinazionali Nato.
Non sfugge, oltre al dato militare, la svolta politica insita nella decisione di Lecornu e Pistorius. Da un lato, fornire la Bfa alla Nato significa che Parigi e Berlino intendono giocare un ruolo più attivo nel quadro dell’Alleanza Atlantica, specie in virtù del fatto che la pressione degli Stati Uniti di Donald Trump per un maggior contributo europeo inizia a farsi sentire e della parallela tutela Usa sulle politiche comunitarie. Di recente, l’Alto commissario per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea, Kaja Kallas, ha escluso l’utilità di un esercito europeo. In sostanza, l’ex premier estone ha commissariato l’ambizione franco-tedesca dell’autonomia strategica europea in campo militare.
Dall’altro, le tempistiche lasciano pensare che nei piani di Emmanuel Macron e Olaf Scholz non vi sia la prospettiva di pensare, nel breve periodo, a una fine delle tensioni con Mosca dettate dal conflitto ucraino. Annunciare con un periodo tanto ampio d’anticipo uno schieramento a Est di cui è palese la postura anti-russa significa dare per scontato che o la guerra in Ucraina continuerà ad alta intensità o il suo esaurimento non significherà la pace con l’Occidente.
La Nato si blinda a Est
Inserendo lo spostamento della Bfa a Est nel quadro crescente della militarizzazione dello spazio orientale del campo euroatlantico, si nota un continuum in cui è possibile inserire il varo delle manovre Nato per blindare la sicurezza delle infrastrutture sottomarine nel Mar Baltico, la spinta al riarmo oltre il 4-5% di rapporto tra spesa militare e Pil di Paesi come la Lituania, la militarizzazione della società polacca e il crescente protagonismo atlantico di Svezia e Finlandia. Tutte mosse che rispondono a una logica chiara: Mosca è il nemico numero uno.
Una tendenza che difficilmente l’imminente voto tedesco cambierà, specie se vincerà la Cdu del “falco” Friederich Merz, favorevole alla consegna di armi a lungo raggio all’Ucraina. Sommando a questo il patto centenario di mutua sicurezza tra Regno Unito e Ucraina, il quadro è completo: l’Europa non sembra fidarsi della volontà di porre fine al conflitto ipotizzata da Donald Trump e Vladimir Putin e prende provvedimenti, in un contesto in cui le manovre dell’Europa atlantica difficilmente aiuteranno a portare Mosca al tavolo delle trattative. Anche da queste mosse dipenderanno le possibilità di riuscita delle prospettive diplomatiche nei mesi a venire.
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