Colpito duramente l’Iran in Siria con la caduta del regime di Bashar al-Assad, stretto alleato di Teheran in Medio Oriente, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan non lascia, raddoppia. Sfruttando l’asse privilegiato con l’Azerbaijan, Paese strettamente alleato ad Ankara e rivale di Teheran, il Paese anatolico e il suo leader Recep Tayyip Erdogan stanno costruendo un’architettura securitaria orientata a mettere sotto pressione l’Iran, e in quest’ottica anche l’energia acquisisce un ruolo fondamentale.
La nuova corsa dell’Azerbaijan agli investimenti in Turchia
Nella giornata del 6 gennaio Socar, la compagnia energetica dell’Azerbaijan controllata dal governo di Baku, ha annunciato investimenti per oltre 17 miliardi di dollari in Turchia, nelle reti e nell’industria energetica del Paese. In particolare, nota Turkish Minute, Socar “prevede di realizzare diversi nuovi impianti di produzione di poliolefine per espandere la capacità della sua unità Petkim, il che dovrebbe ridurre la dipendenza della Turchia dai prodotti petrolchimici importati”. Greggio azero passante tramite l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che trasporta il petrolio del Paese ex sovietico dal Mar Caspio al Mediterraneo attraverso la Turchia, diverrà, in terra anatolica, oggetto di raffinazione, unendo ulteriormente i due Stati.
Tutto questo mentre, nel frattempo, dopo la caduta di Assad rivendicata come un successo turco a Damasco dal ministro degli Esteri Hakan Fidan, sul fronte energetico, di fatto, la Turchia mette sotto pressione l’Iran. A partire dal 29 dicembre è stata eliminata dal Governo di Erdogan l’esenzione fiscale per il carburante dei trasportatori iraniani che passano attraverso i valichi di frontiera, tra cui quello maggiore di Bazargan.
Come ricorda bneIntellinews, “gli autotrasportatori iraniani sono ora obbligati a pagare una pesante imposta pari al 155% della tassa speciale sui consumi, in base alla capacità massima dei loro serbatoi di carburante”, potenzialmente in grado di costare fino a mille dollari a tratta. Pensata ufficialmente per evitare il contrabbando di carburante oltre confine, la mossa è una manovra economica volta a rendere più onerosi i consumi energetici delle imprese e dei trasportatori iraniani, rendendo più costosa la rotta dalla Repubblica Islamica alla Turchia.
Un assist a Israele
Chi potrebbe beneficiarne? Probabilmente i traffici attraverso la Strada dello Sviluppo Orientale, il corridoio verso Iraq e Oceano Indiano con cui la Turchia vuole diventare hub di interconnessione euro-asiatica verso il Vecchio Continente, un progetto a cui hanno aderito sia le autorità di Baghdad sia i nuovi governanti siriani. Una mossa di contenimento all’Iran che difficilmente potrà dispiacere a Israele. Paese con cui Ankara vive un gioco delle parti fatto di rivalità retoriche e sostanziale complementarietà geopolitica.
Il contrasto all’Iran, che passa per sfide infrastrutturali ed energia, è interesse comune di Ankara e Tel Aviv. I quali hanno fatto dell’Azerbaijan, comune alleato, un punto d’incontro. Non a caso Socar, primo investitore straniero in Turchia, invia regolarmente petrolio in Israele da Ceyhan, Turchia, nonostante le continue mosse di Erdogan per criticare Israele a Gaza. Ma alla prova dei fatti, sul campo, Erdogan non fa mai nulla che può danneggiare direttamente Tel Aviv, e la comune ostilità all’Iran è una bussola comune. A pensare male del resto, si fa peccato. Ma molto spesso ci si azzecca…
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