Georgia, terra di calciatori politici. Per fare un discorso su questa terra bellissima e tormentata, quindi, partiamo dal campione più vicino a noi, quel Kvara Kvaratskhelia così determinante per le fortune del Napoli e della sua Nazionale. Intervenendo sui problemi politici del suo Paese (ci arriveremo tra poco), Kvara ha scritto: “… Il desiderio e la volontà del popolo georgiano è camminare sulle strade europee, questa è la nostra scelta storica, l’unica scelta giusta. Ed è inaccettabile allontanarsi da questa strada. Questo Paese è del popolo e nessuno è al di sopra della volontà del popolo”.
Ecco.. L’appunto del nostro campione verte sulla decisione presa dal Governo guidato dal premier Irakli Kobakhidze, del partito Sogno Georgiano, di sospendere fino al 2028 i negoziati di adesione alla Ue, quando nel dicembre 2023 la Georgia aveva ricevuto dalla Ue lo status di Paese candidato all’adesione. Sullo sfondo, le elezioni politiche che hanno ri-assegnato la maggioranza parlamentare a Sogno Georgiano, ferocemente contestate dalla piazza e dalla presidente Salomé Zourabishvili. E poi quelle presidenziali, che hanno visto succedere alla Zourabishvili la figura di Mikheil Kavelashvili (Sogno Georgiano), ai tempi suoi buon attaccante del Manchester City e della Nazionale della Georgia. La Zourabishvili ha a lungo minacciato di asserragliarsi nel palazzo presidenziale, poi l’ha lasciato proclamandosi però l’unica autorità legittima del Paese. A suo parere, le elezioni politiche erano state corrotte dai brogli, anche se gli osservatori internazionali non li avevano rilevati. “Gli squilibri nelle risorse finanziarie, il clima divisivo della campagna elettorale e i recenti emendamenti legislativi hanno destato notevoli preoccupazioni durante tutto il processo elettorale”, ha dichiarato dopo il voto Pascal Allizard, coordinatore speciale e capo della missione di osservatori dell’OSCE: “Tuttavia, l’impegno dimostrato il giorno delle elezioni, dall’attiva partecipazione degli elettori alla stabile presenza di osservatori cittadini e di partito, fino alla ricca diversità di voci, manda un segnale di un sistema ancora in crescita e in evoluzione, con una vitalità democratica in costruzione”.
Kvaratskhelia e la Zourabishvili hanno in comune la tendenza a parlare per “il popolo”, tutto il popolo. Però hanno torto. In Georgia un parte importante del “popolo” la pensa come loro. Ma non è tutto il popolo. Anzi: una parte ancora più importante del “popolo” la pensa all’opposto, tanto da assegnare la maggioranza parlamentare a Sogno Georgiano. Si capisce bene come le parole di Kvara siano dettate dalla passione dalla generosità. E si capisce altrettanto bene da cosa siano dettate quelle della Zourabishvili, nata a Parigi, carriera nel ministero degli Esteri francese e nei servizi, approdata in Georgia per la prima volta all’età di 36 anni. Nel 2003, quando il presidente Mikheil Saakashvili dall’oggi al domani le diede la cittadinanza georgiana (che non aveva) e da ambasciatrice francese a Tbilisi la tramutò in ministro degli Estero georgiano, la Zourabishvili mica si faceva tante questioni sulla volontà del popolo.
In buona e in cattiva fede, questi pronunciamenti sono quelli che poi consentono alle nostre gazzette di propalare le fanfaluche sui presunti desideri dei “popoli”. E di descriverli in una prospettiva unidimensionale fatta solo di amore per la Nato e aspirazione alla Ue.
Prendiamo un altro caso recente, quello della Moldavia. Elezioni presidenziali: vince al secondo turno la presidente in carica Maia Sandu con il 55,35% dei voti sull’indipendente Alexandr Stoianoglo con il 44,65%. Una bella vittoria, indubbiamente. Ma ci vorrebbe una gran faccia tosta per dire che “il popolo” è per la Sandu. Ancor peggio per il referendum sull’Europa (in realtà, su alcune modifiche costituzionali che permetterebbero il processo di adesione), che raccoglie il 50,3% di voti favorevoli. Qui si può dire serenamente che metà del famoso popolo è contrario. Ma anche il caso della Moldavia viene raccontato come se la nazione intera avesse un solo obiettivo. Salvo poi stupirsi se scoppiano casini.
Terzo caso, il più eclatante, in fondo il caso di scuola: l’Ucraina. Dopo tanti anni e tanti studi, l’Euromaidan del 2014 ancora viene raccontato come un movimento collettivo di popolo, come una sollevazione generale contro il rifiuto del presidente Viktor Janukovich di proseguire con i negoziati di adesione alla Ue. Questa narrazione è una menzogna e lo dimostrano infinite rilevazioni di quei tempi. Nel dicembre del 2013, con l’Euromaidan in pieno svolgimento, Usaid (agenzia del Governo Usa per l’aiuto allo sviluppo) pubblicò una ricerca realizzata dall’americana International Foundation for Electoral Systems. Da essa risultava che il 37% degli ucraini desiderava l’adesione all’Unione Europea, il 34% quella all’Unione doganale proposta dalla Russia e il 17% suggeriva di incrementare i rapporti con entrambe. Altro studio, quello del Razumkov Centre di Kiev del maggio 2013, immediata vigilia dell’Euromaidan: il 41,7% degli ucraini preferiva l’adesione alla Ue, il 31% l’adesione all’Unione doganale filo-russa e il 13,5% il non allineamento rispetto a entrambe. Potremmo citare tante altre pezze d’appoggio. Ma in ogni caso come si fa a parlare, anche in questo caso, di “popolo”, come di una cosa sola con un solo obiettivo? Una parte di popolo, magari una maggioranza del popolo. Ma tutto il popolo?
Questo ovviamente non ha nulla a che fare con la bontà degli obiettivi e degli scopi. E nemmeno con la buona fede dei sostenitori di questa o quella scelta. Il tema vero, qui, è che mentire per una nobile causa è pur sempre mentire. E che raccontarsi balle in nome di un orientamento politico porta solo a commettere errori fatali. La storia di questi ultimi tre anni, con i drammi che si sono sviluppati in Ucraina e altrove, dovrebbero averci ammaestrati. E invece…
Fulvio Scaglione
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