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Guerra

Cade Assad, gli Usa rispolverano la minaccia dell’Isis per restare in Siria

L’uccisione di Abu Yusif, leader dello Stato Islamico, da parte delle forze statunitensi nella provincia di Deir Ezzor, in Siria orientale, avvenuta nella giornata di giovedì rappresenta un ulteriore capitolo nella complessa guerra al terrorismo condotta da Washington, che nel...

L’uccisione di Abu Yusif, leader dello Stato Islamico, da parte delle forze statunitensi nella provincia di Deir Ezzor, in Siria orientale, avvenuta nella giornata di giovedì rappresenta un ulteriore capitolo nella complessa guerra al terrorismo condotta da Washington, che nel quadro degli sviluppi regionali dopo la caduta di Bashar al-Assad rispolvera la minaccia dell’Isis per consolidarsi sul terreno.

Questo raid, effettuato il 19 dicembre e annunciato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) il giorno successivo, si inserisce in una strategia più ampia volta a degradare le capacità operative di un’organizzazione che, seppur indebolita, continua a rappresentare una minaccia. La crescente intensità delle operazioni militari statunitensi in Siria riflette non solo l’impegno nel contrastare l’ISIS, ma anche il mutato contesto politico e militare nella regione.

La caduta di Bashar al-Assad, avvenuta l’8 dicembre, ha infatti ridisegnato il quadro strategico locale. Washington, cogliendo l’occasione di un vuoto di potere, ha rafforzato la sua presenza militare, raddoppiando il numero di truppe nel Paese da 900 a circa 2.000 unità. L’obiettivo dichiarato è duplice: prevenire il riemergere dell’ISIS e consolidare il controllo su un’area che rappresenta un nodo cruciale per gli equilibri mediorientali. Tuttavia, il contesto è ulteriormente complicato dall’interferenza di altri attori internazionali e regionali, come la Russia e la Turchia, ognuno dei quali porta avanti la propria agenda.

In questo scenario, Ankara gioca un ruolo ambiguo e determinante. Il presidente turco Erdogan ha colto l’occasione per ribadire la sua lotta contro il PKK e le Unità di Protezione Popolare (YPG), che considera un’estensione del gruppo curdo. Nonostante le YPG siano state fondamentali per gli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS, il governo turco continua a vederle come una minaccia esistenziale per la propria sicurezza nazionale. Erdogan ha inoltre evidenziato l’importanza di un nuovo corso politico in Siria, che escluda la cooperazione con i gruppi da lui definiti “terroristi”.

Parallelamente, l’intensificazione delle operazioni americane sembra voler trasmettere un messaggio chiaro: gli Stati Uniti non intendono abbandonare il Medio Oriente, nonostante le priorità strategiche siano sempre più orientate verso l’Indo-Pacifico e il contenimento della Cina. Questa nuova fase della campagna in Siria, tuttavia, solleva interrogativi sulle reali intenzioni di Washington. È una strategia a lungo termine per stabilizzare l’area, o un’azione contingente per sfruttare l’instabilità seguita alla caduta di Assad?

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