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Fotografia

Mitch Epstein un fotografo da scoprire: dall’America all’India e ritorno

Mitch Epstein è un fotografo ancora da scoprire per la sua carriera da osservatore di mondi molto diversi tra loro: una avventura dello sguardo e della coscienza possibile grazie a un lavoro inedito esposto alle Gallerie D’Italia – Torino. L’impressione...

Mitch Epstein è un fotografo ancora da scoprire per la sua carriera da osservatore di mondi molto diversi tra loro: una avventura dello sguardo e della coscienza possibile grazie a un lavoro inedito esposto alle Gallerie D’Italia – Torino.

@Milla Mitch Epstein all’inaugurazione della mostra “American Nature”

L’impressione è di un uomo che preferisce il silenzio alla parola nonostante la sua cortesia e gentilezza nei rapporti umani. Una sensazione che mi è suggerita dal suo sguardo intento ad indagare più che ad osservare. Una presenza discreta ma penetrante.

MITCH EPSTEIN INDIA 1978-1989

Ho avuto modo di conoscere il lavoro che lo ha reso famoso un paio di anni fa ad Arles, in occasione di Les Rencontres de la Photographie, nella suggestiva Abbazia di Montmajour. Ne ammirai, scanditi dalle arcate dell’undicesimo secolo, i grandi formati di : “In India. 1978-1989” e parte dei suoi film in proiezione nella stessa aulica sala.  Epstein, nato a Holyoke negli Stati Uniti, confessa: “E’ impossibile riassumere in poche parole tutto ciò che mi ha dato l’India ma direi che la mia vita laggiù mi ha fatto guadagnare in umiltà. La condizione di uomo bianco della classe media americana nato dopo la guerra non mi aveva preparato ad esserlo. L’ho acquisita, l’umiltà, attraverso la fotografia ed gli incontri in questo immenso paese, ma anche lavorando con gli indiani. Nel 2020, in un momento di calma imposto dalla pandemia, ho rivisto i provini. Ma è stato necessario ritornare in America dopo diversi decenni per vedere veramente l’India che avevo fotografato”.

@ Milla Mostra “In India. 1978-1989” Abbazia di Montmajour ad Arles, 2022
@Mitch Epstein. Ahmedabad, Gujarat, Inde, 1981. Avec l’aimable autorisation de Black River Productions, Ltd. / Galerie Thomas Zander / Mitch Epstein
@ Mitch Epstein. Festival de Ganpati, Bombay, Maharashtra, Inde, 1981. Avec l’aimable autorisation de Black River Productions, Ltd. / Galerie Thomas Zander / Mitch Epstein

Tra il 1978 e il 1989, Mitch Epstein ha compiuto otto viaggi in India e ha scattato migliaia di fotografie. Prima, in America, da oltre mezzo secolo fotografava i paesaggi, le culture e gli stati d’animo del Grande Paese. L’ attrazione per l’India lo ha portato ad indagare una cultura e un popolo così diverso da quello americano e gli ha dato la possibilità di scoprire parte di sé. Viaggiatore magistrale ha messo la sua macchina fotografica  alla prova del mondo, anzi di una terra che è la madre dell’Assoluto, capace di togliere  al forestiero la naturale sovranità e distanza. Questo viaggio in India così diventa un esperimento con se stessi, un consegnarsi al deposito dei sogni,  luogo per eccellenza dello choc fisico e metafisico.  

@Mitch Epstein. Shravanabelagola, Karnataka, Inde, 1981. Avec l’aimable autorisation
de Black River Productions, Ltd. / Galerie Thomas Zander / Mitch Epstein
@Mitch Epstein. Gare de Churchgate, Bombay, Maharashtra, Inde, 1989. Avec l’aimable autorisation de Black River Productions, Ltd. / Galerie Thomas Zander / Mitch Epstein

Il risultato del periodo indiano è un vasto corpus di lavori che esprime in modo unico la duplice prospettiva dell’autore su questa cultura particolarmente complessa, estatica e mortale morbida e incomprensibile: per il suo lavoro la vede dall’esterno, ma i suoi legami familiari – grazie al matrimonio con la famosa regista indiana Mira Nair – gli permettono di viverla dall’interno. Molte immagini dell’India sono state esposte ad Arles per la prima volta e mostrano una vasta gamma di “sottoculture” che Epstein è riuscito a penetrare, segnando questa profonda e prolungata esperienza, dove convergono mondi diversi. Già allora aveva inserito nell’esposizione due film a cui ha collaborato con la moglie Mira Nair: India Cabaret (1985) e Salaam Bombay! (1988). Queste opere ricordano un periodo storico che sembra allo stesso tempo lontano e presente, complesso con i suoi codici di casta, classe e religione, fonti di tensione politica, ma ancora semplice senza l’intrusione della tecnologia digitale. E’ come attraversare un muro di pazienza secolare, pazienza piagata ma non avvilita.

Un Epstein che documenta, uno street-photographer, un reporter, un fotografo umanista.

MITCH EPSTEIN. AMERICAN NATURE

Oggi Gallerie d’Italia – Torino ci fa conoscere un altro Epstein che indaga i conflitti tra la società americana e la natura selvaggia nel contesto del cambiamento climatico globale e lo fa con un nuovo linguaggio. Un approccio verso la realtà con il mezzo fotografico che vuole rompere con le tradizioni precedenti: “Posso definirmi un fotografo lento in un’epoca di alta velocità, sono 25 anni di carriera e ho sempre preferito la macchina fotografica piccola per evitare di perdere in spontaneità. Poi però ho cominciato una transizione su un formato diverso e ho capito che dovevo abbracciare nuove sfide e mi sono affacciato al formato grande. Importante è il processo di editing che per me è una fase determinante nel mio lavoro.”

© Mitch Epstein Congress Trail, Sequoia National Park, California 2021
@Mitch Epstein Ancient Bristlecone Pine Forest, California 2022
@ Mitch Epstein Sequoia National Park, California 2022

Usa un linguaggio molto contemporaneo con grandi formati e con una eccellente qualità tecnica nella riproduzione. Le immagini sono caratterizzate da una luce diffusa omogenea, da cieli prevalentemente bianchi senza sole, privilegiando quasi l’inverno ad altre stagioni, con un uso sapiente del colore per raggiungere la massima informazione e non avere forti contrasti. L’osservatore è obbligato a vedere quello che deve vedere. Come conferma: “Il formato grande diventa una sorta di deinstallazione e mi consente di fare cose diverse”.

Mitch Epstein ha un trascorso biografico nel nord Dakota per difendere la natura selvaggia e con l’esplorazione nelle foreste vetuste da cui sono tratte le immagini. Old Growth, il titolo del progetto – in anteprima una parte commissionata da Intesa Sanpaolo – celebra le antiche foreste sopravvissute in regioni remote degli Stati Uniti. Questa vegetazione è ridotta al  5% della superficie del mondo e il rimanente 95%, è stato distrutto nel secolo scorso. Epstein ha deciso di fotografare singoli alberi e biosistemi interdipendenti che sono sopravvissuti per secoli, molti per millenni. Un ecosistema che si materializza nella onnipresenza vegetale del sacro.

@Mitch Epstein, Chalmette Oil Refinery, New Orleans, Louisiana, 2007
Amos Coal Power @Mitch Epstein Plant, Raymond, West Virginia 2004
@ Mitch Epstein Poca High School and Amos Plant West, Virginia, 2004

In Italia per foresta vetusta si intende “un bosco primario o secondario che ha raggiunto un’età nella quale specie e attributi strutturali normalmente associati con foreste primarie senescenti dello steso tipo, si siano sufficientemente accumulati così da renderlo distinto come eco-sistema rispetto a boschi più giovani”(UNEP/CBD/SBSTTA 2001). Sono foreste dell’infanzia di Epstein che spera possano essere visitate per ritrovare la bellezza alla quale lui non ha mai rinunciato. Un albero così grande, così ben definito potrebbe essere un ricordo dell’infanzia; da piccoli lo sguardo è limitato alle prime cose che si distinguono. Chissà se queste immagini disegni dell’abisso di una modernità omicida ce le porteremo dentro per sempre. Aggiunge Epstein: “La fortuna del mio lavoro è quello di non dare delle risposte quanto fare nascere delle domande”.

L’esposizione in Gallerie d’Italia è molto grande e nella sezione dedicata ad “American Power” l’artista si concentra sui meccanismi con cui le nazioni e gli interessi privati sfruttano la natura, documentando l’impatto della produzione e del consumo di energia sul paesaggio e sulla popolazione degli Stati Uniti. Dal 2003 al 2008 Epstein ha viaggiato per il Paese per fotografare i siti di produzione di combustibili fossili e di energia nucleare, nonché le comunità che vivono accanto ad essi. Nella serie fotografica Property Rights, Mitch Epstein si domanda a chi appartenga la terra e chi ha il diritto di sfruttarne o saccheggiarne le risorse. Queste fotografie indagano le complesse dinamiche della proprietà terriera in un paese basato sull’espansione coloniale e sullo sviluppo industriale. Epstein ha iniziato la serie Property Rights nella riserva Sioux di Standing Rock nel 2017. Le conversazioni e le sessioni di ritratti con gli anziani nativi lo hanno spinto a indagare altri conflitti fondiari, i casi in cui l’opinione pubblica ha creato movimenti straordinari per difendere la terra dalle espropriazioni da parte del governo e delle imprese.

A differenza di quelle degli alberi queste immagini, pur simili nello stile, raccontano storie e lasciano trasparire diverse interpretazioni. Mitch Epstein un fotografo che sfida e muta la sua esplorazione forse cercando un equilibrio tra ciò che è dentro di sé e quello che vede fuori da sé.

MITCH EPSTEIN. AMERICAN NATURE presso Gallerie d’Italia – Torino, museo di Intesa Sanpaolo. Dal 17 ottobre 2024 al 2 marzo 2025. Curatore: Brian Wallis

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