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Flessibilità, o di come il precariato ha distrutto il mercato del lavoro

Se qualcuno oggi si alzasse in piedi per affermare che la Terra è piatta, non troverebbe più di qualche occhiata di scherno. Eppure, un’altra credenza altrettanto infondata – che la flessibilità del lavoro, basata su contratti sempre più precari e...

Se qualcuno oggi si alzasse in piedi per affermare che la Terra è piatta, non troverebbe più di qualche occhiata di scherno. Eppure, un’altra credenza altrettanto infondata – che la flessibilità del lavoro, basata su contratti sempre più precari e insicuri, favorisca l’occupazione – gode ancora di ampia accettazione. Politici, ministri, giuristi, esperti di mercato del lavoro e persino luminari dell’economia continuano a riproporla con una disinvoltura disarmante, ignorando i dati sempre più disastrosi sull’aumento dei lavoratori precari e le condizioni di vita a cui sono costretti.

Anche le istituzioni internazionali ci mettono del loro. La Commissione Europea, ad esempio, insiste con tenacia sui presunti benefici della flessicurezza, una parola che sa più di slogan pubblicitario che di analisi economica. Rapporto dopo rapporto, si lamenta che in Italia, come in altri Paesi del Sud Europa, i lavoratori “pesantemente protetti” (già, i supergarantiti) non sentano la pressione dei disoccupati per moderare le richieste salariali o migliorare la produttività. Ma chi sono questi privilegiati? Non certo i milioni di lavoratori italiani licenziati senza troppi scrupoli o in cassa integrazione da anni, con prospettive di reintegro pari a zero.

Un vecchio mantra economico

Alla base della retorica della flessibilità c’è una teoria tanto vecchia quanto smentita: le imprese non assumono perché, in caso di difficoltà, è troppo complicato licenziare. I fautori di questa narrazione ci raccontano che le aziende, soffocate da indennizzi stratosferici, battaglie sindacali e tribunali infiniti, sono costrette a girarsi i pollici. Fu l’OCSE, nel lontano 1994, a dare il via a questo teatrino con il rapporto Jobs Study, che pretendeva di dimostrare come una rigida legislazione a protezione dei lavoratori – misurata con il famoso indice EPL (Employment Protection Legislation) – fosse la causa di alti tassi di disoccupazione. Da qui, il grande consiglio: deregolamentare, precarizzare, adattare la forza lavoro alla domanda di mercato.

E l’Italia, manco a dirlo, ha obbedito. Le riforme del lavoro del 1997, 2003 e 2012, accompagnate da un’infinità di decreti e leggine, hanno moltiplicato le tipologie di contratti a termine e smantellato progressivamente le tutele contro i licenziamenti senza giusta causa. L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è stato ridotto a carta straccia, e i contratti di pochi giorni – o addirittura a zero ore – sono diventati la norma. Si arriva così al paradosso: un lavoratore precario oggi deve sperare di essere richiamato con un SMS per sapere se e quando lavorerà, senza alcuna garanzia sul reddito, la durata dell’impiego o la gestione della propria vita familiare. Una condizione che definire degradante è un eufemismo.

Le cifre gonfiate della “success story”

Ma c’è di più. I promotori della flessibilità non si limitano a imporla: la celebrano. Nel 2006, ad esempio, l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi si vantava di aver creato un milione e mezzo di posti di lavoro grazie alle sue riforme. Peccato che i numeri raccontassero un’altra storia: l’aumento degli occupati tra il 2003 e il 2005 derivava in gran parte dalla regolarizzazione di 650.000 immigrati già impiegati in nero. Per il resto, si trattava di giochi statistici e di pura propaganda. Ma la realtà, come al solito, non era di interesse.

Le prove contro la flessibilità

Eppure, la teoria della flessibilità come panacea per l’occupazione ha perso fascino persino tra i suoi originari promotori. Dopo il 2003, l’OCSE stessa, seguita dalla Banca Mondiale e dal FMI, ha iniziato a rivedere le proprie posizioni. Numerosi studi hanno dimostrato che non esiste una correlazione solida tra una legislazione meno rigida e un aumento dell’occupazione. Nel migliore dei casi, l’evidenza è “mista”: in alcuni contesti la flessibilità ha prodotto risultati positivi, in altri ha avuto effetti disastrosi. Il vero problema, però, sta nei metodi: le ricerche che sostenevano l’efficacia della flessibilità erano viziate da un’eccessiva aggregazione dei dati e da un evidente pregiudizio ideologico.

Un sistema al servizio del capitale

Il cuore del problema è però più profondo. La flessibilità lavorativa non è altro che un sottoprodotto della finanziarizzazione dell’economia, un processo che dagli anni ’80 ha trasformato le imprese in entità finanziarie più interessate al valore di mercato che alla produzione di beni e servizi. La libertà di movimento del capitale ha reso necessario un lavoro altrettanto mobile, precarizzato, adattabile alle esigenze del momento. Non c’è più posto per la stabilità: il lavoro, come il capitale, è in perenne transito.

Una sfida titanica

Cambiare questo modello produttivo dominato dal capitale finanziario sarà un’impresa titanica. Ma continuare a ignorare gli effetti devastanti della precarizzazione – dalla demolizione del diritto al lavoro sancito dalla Costituzione ai livelli insostenibili di incertezza per milioni di lavoratori – è una strada che conduce solo a un ulteriore impoverimento sociale. Di certo, però, non è la strada per rilanciare l’occupazione.

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