C’è un’immagine, di straordinaria efficacia, che continua a riaffiorare nelle discussioni sulla deterrenza nucleare. È quella del vertice di Ginevra del 1985, quando Ronald Reagan e Michail Gorbačëv ammisero con disarmante chiarezza che “una guerra nucleare non può essere vinta e non dovrà mai essere combattuta”. Un momento di verità, un punto fermo in un’epoca di tensioni estreme. Ma l’affermazione portava con sé un corollario che nessuno dei due esplicitò: neppure la corsa agli armamenti può essere vinta.
Oggi, quel principio sembra essersi perso nel vortice di una realtà globale nuova e più complessa, dominata non più solo dalle tensioni bilaterali tra Washington e Mosca, ma dall’ascesa della Cina e dalla rapidità con cui la tecnologia, l’intelligenza artificiale e lo spazio si sono intrecciati alla logica della potenza militare. Il risultato? Un mondo sull’orlo di una nuova corsa agli armamenti nucleari, tanto più pericolosa quanto più imprevedibile.
L’erosione dei trattati
Per decenni, il controllo degli armamenti aveva costruito un fragile ma efficace equilibrio, riducendo le testate nucleari delle superpotenze da circa 60 mila a meno di 11 mila. Il New START del 2010 rappresentò l’ultimo mattone di quell’edificio: un trattato che fissava a 1.550 il numero di testate strategiche dispiegabili da Stati Uniti e Russia. Ma la scadenza del New START, prevista per il 2026, e la sospensione russa annunciata nel 2023 segnano l’inizio di un’epoca nuova, in cui nessuna limitazione vincolerà più le due maggiori potenze nucleari del mondo.
La svolta non è solo il risultato delle tensioni geopolitiche, ma anche di scelte precise. Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato ABM nel 2002 ha scatenato una reazione a catena: Mosca si è sentita minacciata dai sistemi antimissilistici americani e ha risposto con lo sviluppo di nuove armi strategiche, come i missili ipersonici e i siluri nucleari di lunga gittata. Washington, dal canto suo, ha accelerato un piano di modernizzazione da 1.700 miliardi di dollari, che punta a rinnovare la triade nucleare statunitense: bombardieri, sottomarini e missili intercontinentali.
La variabile cinese
Se durante la Guerra Fredda le dinamiche nucleari erano un gioco a due, oggi il terzo incomodo si chiama Cina. Pechino ha storicamente mantenuto un arsenale limitato, sufficiente per garantire la sua sicurezza, ma ora le cose stanno cambiando. Secondo stime del Pentagono, la Cina potrebbe disporre di 1.000 testate entro il 2030, ponendosi allo stesso livello degli arsenali americani e russi entro il 2035. È un’accelerazione vertiginosa, accompagnata da un rifiuto sistematico di partecipare a negoziati sul controllo degli armamenti.
Le ragioni di questa crescita sono molteplici. Da una parte, la Cina percepisce il riarmo americano come una minaccia diretta; dall’altra, vuole consolidare la sua posizione di superpotenza globale, soprattutto nel contesto delle tensioni su Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. Washington guarda con preoccupazione a questa espansione, consapevole che la deterrenza nucleare non è più un gioco a somma zero tra due soli attori.
La logica della follia
Dietro la corsa agli armamenti si nasconde una logica brutale: ogni potenza cerca di prevenire il peggio preparandosi al massimo. Durante la Guerra Fredda, questa mentalità aveva portato a situazioni grottesche: piani come il SIOP (Single Integrated Operational Plan) prevedevano di lanciare bombe cento volte più potenti di Hiroshima su città sovietiche già identificate come bersagli primari. Ancora negli anni di Obama, revisioni della pianificazione nucleare rivelavano che molti obiettivi assegnati alle testate erano spazi deserti, scelti solo per “esaurire” il potenziale bellico.
Oggi, con il progresso tecnologico, questa logica si fa ancora più insidiosa. Sistemi ipersonici, intelligenza artificiale e armi spaziali promettono capacità distruttive senza precedenti, ma aumentano esponenzialmente il rischio di errori di calcolo. Non è un caso se il Doomsday Clock, l’orologio simbolico dell’Apocalisse, segna 90 secondi alla mezzanotte, la distanza più vicina alla catastrofe mai registrata.
Un futuro senza freni?
L’amministrazione Biden, almeno a parole, ha cercato di mantenere un approccio prudente, affermando che gli Stati Uniti non hanno bisogno di aumentare il loro arsenale per mantenere una deterrenza efficace. Ma il rischio di una nuova corsa agli armamenti è reale: se la Russia e la Cina continueranno ad espandere le loro capacità nucleari, Washington potrebbe sentirsi costretta a rispondere, rilanciando una spirale senza fine.
L’alternativa esiste, ed è quella del negoziato. Ma per riaprire il dialogo serve una volontà politica che oggi appare lontana, soffocata dalle tensioni globali e dalla retorica bellica. Come accadde negli anni Ottanta, sarà forse la paura – quella di un conflitto devastante e senza vincitori – a riportare la ragione al centro del discorso. Perché, come Reagan e Gorbačëv riconobbero quasi quarant’anni fa, una guerra nucleare non può essere vinta. E una corsa agli armamenti, oggi come allora, non può portare altro che rovina.
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