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Criminalità

L’allarme di Libera: l’Italia nella morsa sempre più stretta della corruzione

Per Libera la maggioranza degli italiani ritiene che la corruzione dai tempi di Tangentopoli sia peggiorata nel Paese.

Dopo trent’anni da Mani Pulite, il fantasma della corruzione continua a infestare le istituzioni italiane. Nonostante l’illusione di un sistema ripulito, le dinamiche di abuso di potere e scambio illecito hanno solo mutato forma, adattandosi con straordinaria resilienza alle nuove realtà politiche e legislative. La corruzione non è scomparsa; è diventata più sofisticata, radicandosi in un tessuto sociale e culturale che, spesso, sembra accettarla come inevitabile. Per l’associazione antimafia Libera la maggioranza degli italiani, secondo un sondaggio condotto dal gruppo, ritiene che la corruzione dai tempi di Tangentopoli sia diventato un problema peggiore. Ma quali sono le dinamiche di questo male cronico? E cosa stiamo facendo – o non facendo – per combatterlo?

La corruzione dalla Prima Repubblica ad oggi

Durante la Prima Repubblica, la corruzione era strutturata, quasi istituzionalizzata. Le segreterie dei partiti gestivano veri e propri mercati di tangenti, controllando appalti, concessioni e fondi pubblici. Mani Pulite, con il suo impatto devastante, ha smantellato questa macchina, ma ha generato nuovi problemi: la corruzione, anziché sradicarsi, si è frammentata. Oggi non esistono più centri unici di potere; al loro posto troviamo una pluralità di reti decentralizzate, spesso difficili da identificare e combattere. Queste nuove reti operano su due livelli principali. Da un lato, la corruzione pulviscolare, fatta di piccoli scambi quotidiani tra funzionari e cittadini; dall’altro, la corruzione reticolare, che coinvolge attori pubblici e privati in relazioni sistemiche e durevoli. A complicare il quadro, c’è la capacità dei partecipanti di adattarsi rapidamente: imparano dagli errori, raffinano le tecniche, sfruttano le pieghe delle leggi. Non si parla più di buste piene di contanti, ma di triangolazioni finanziarie internazionali, consulenze fittizie e conti offshore.

Le mafie come attori sistemici

Nel panorama della corruzione italiana, un ruolo cruciale è giocato dalle organizzazioni mafiose. Non si limitano più a usare la violenza: agiscono come veri e propri intermediari nel mercato politico ed economico, offrendo protezione e garantendo voti in cambio di appalti e risorse pubbliche. In alcune aree del Paese, le mafie non solo infiltrano le istituzioni, ma ne diventano parte integrante. Tuttavia, la loro diffidenza verso i politici rimane radicata: per un mafioso, un politico è un interlocutore instabile, incapace di mantenere le promesse. Nonostante ciò, le due parti continuano a collaborare, legate da un rapporto di mutuo interesse che si rivela quasi impossibile da spezzare.

Un Paese che smantella i propri anticorpi

A fronte di questa realtà, l’Italia sembra incapace di reagire. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a una serie di riforme che, anziché rafforzare i controlli, li hanno indeboliti. L’abrogazione dell’abuso d’ufficio e le modifiche al Codice degli Appalti sono solo due esempi di come il sistema normativo si stia piegando alle logiche della deregulation. Gli organismi di vigilanza, come l’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) e la Corte dei Conti, hanno subito un drastico depotenziamento, lasciando un vuoto pericoloso nel controllo della spesa pubblica. Queste scelte politiche non sono prive di conseguenze. La liberalizzazione degli appalti e la mancanza di trasparenza stanno creando un ambiente fertile per la corruzione. Non si tratta solo di un problema etico: la corruzione danneggia l’efficienza della macchina pubblica, mina la fiducia dei cittadini e sottrae risorse che potrebbero essere investite per il bene comune.

Il ruolo della società civile

In questo contesto, il ruolo della società civile diventa fondamentale. Organizzazioni come Libera continuano a lottare contro la corruzione e le mafie, ma il loro lavoro è spesso ostacolato da un sistema che sembra voler normalizzare il malaffare. Le mobilitazioni contro la corruzione, seppur importanti, non sono riuscite a generare un cambiamento duraturo. La sfida è culturale: bisogna lavorare per ricostruire un senso civico che riconosca nella legalità un valore irrinunciabile.

Conclusioni: una questione di volontà politica

La corruzione in Italia non è un destino inevitabile, ma il prodotto di scelte – o non scelte – politiche e culturali. Per combatterla, servono misure coraggiose: rafforzare gli organismi di controllo, garantire la trasparenza, punire severamente i reati economici. Ma soprattutto, è necessario un cambiamento di mentalità, che parta dalla consapevolezza del danno collettivo che la corruzione infligge al Paese. Il rischio, altrimenti, è che la corruzione continui a essere percepita come una pratica normale, quasi fisiologica. In un Paese in cui, come scriveva Italo Calvino, «sono sempre i peggiori a vincere», la vera rivoluzione sarebbe ribaltare questo paradigma, riaffermando l’idea che l’onestà non è un’eccezione, ma una regola.

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