Yamandú Orsi, candidato della sinistra, ha vinto le elezioni presidenziali in Uruguay, battendo al ballottaggio il candidato del fronte conservatore Álvaro Delgado (49,8, contro 45,9 per cento dei voti). Il voto segna un cambio di colore a Palazzo Estévez, l’edificio della capitale Montevideo che ospita gli uffici della presidenza della Repubblica, dove negli ultimi cinque anni aveva lavorato Luis Alberto Lacalle Pou, esponente del Partito Nazionale (o blanco). Orsi è esponente di quella coalizione di sinistra chiamata Frente Amplio (letteralmente fronte largo) che ha governato il Paese per buona parte del nuovo secolo, cedendo il passo all’amministrazione conservatrice di Pou solo nell’ultimo quinquennio.
Le sue promesse elettorali vedono al centro una maggiore integrazione di tutti i cittadini, sotto il profilo sia politico sia economico. Orsi, classe 1967, ha promesso sviluppo e progresso, garantendo un pacifico trapasso di poteri e un dialogo con l’opposizione, che ha riconosciuto la sconfitta, con la telefonata di congratulazioni del presidente uscente Pou.
Un dato molto significativo, specie se paragonato a quelli della vecchia Europa, è fornito dall’affluenza alle urne. Dei circa 2,7 milioni di aventi diritto al voto, quasi il 90 per cento si è recato alle urne, in una campagna elettorale che, per quanto combattuta, è stata moderata nei toni, evitando gli slogan fuori le righe e i toni che hanno caratterizzato le recenti presidenziali nella vicina Argentina (e negli USA).
Tra le ulteriori promesse elettorali, quella di ridurre il tasso di povertà infantile, che attualmente interessa circa un quarto di questa fascia di popolazione, combattere la criminalità organizzata che è dilagata negli ultimi anni (finora l’Uruguay era considerato una delle nazioni latinoamericane più tranquille sotto questo profilo), mentre non è detto che ci sarà la ratifica dell’accordo commerciale siglato da Pou con la Cina, privilegiando una maggiore inclusione nel Mercosur, una sorta di CEE nel Sud America, assieme a un nuovo impulso agli investimenti nel settore agricolo.
Chi è il nuovo presidente dell’Uruguay, che ricordiamo entrerà in carica solo a marzo del 2025? Ex insegnante di storia, appassionato di danza folk e già sindaco di Canelones, capoluogo di uno dei dipartimenti più popolosi del Paese, viene considerato il naturale erede di José “Pepe” Mujica, ex combattente marxista e presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, noto per il suo stile umile e per aver fatto della sua nazione uno stato liberale e ambientalista: tra le riforme approvate durante le Amministrazioni di sinistra ricordiamo la legalizzazione dell’aborto, del matrimonio tra persone dello stesso sesso e della vendita di marijuana. Mujica, nonostante fosse ammalato di cancro, è stato tra i più convinti sostenitori di Orsi, con la differenza che il nuovo capo dello Stato viene considerato più ammiratore di Stalin che di Lenin o Trotsky.
Come Mujica, anche Orsi ha origini molto umili, essendo figlio di un coltivatore e di una sarta. Oppositore della dittatura militare che governò il Paese tra il 1973 e il 1983, entrò in politica aderendo al Movimento Popolare, che portò alla presidenza Mujica. Al pari del suo mentore, ha già dichiarato di non avere intenzione di abitare nella Residencia de Suárez, tradizionale domicilio del capo dello Stato nel corso del suo mandato, sita nel centralissimo quartiere Prado di Montevideo.
Sono interessanti anche le dichiarazioni del ministro dell’Economia designato dal nuovo presidente, Gabriel Oddone, che in occasione di un’intervista rilasciata al Pais ha detto che occorre “fare cose per provocare un’accelerazione del tasso di crescita endogeno, senza aspettare che qualche evento esogeno ci faccia cavalcare quell’onda […] non c’è più tempo per continuano a sprecare e bisogna fare alcune riforme”, annunciando misure a sostegno della protezione sociale, dei piccoli imprenditori e lavoratori autonomi, oltre che una riforma delle pensioni e nuovi incentivi allo sviluppo tecnologico, accompagnate da una riduzione della burocrazia.
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