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Politica

Così la Russia difende il “suo” Tagikistan dall’influenza di Cina e India

Per la Russia il Tagikistan è una testa di ponte preziosa sull'Afghanistan e sull'Asia. Ma ci sono le ambizioni di India e Cina...
Tagikistan

Il Tagikistan, ex parte dell’Impero russo e successivamente dell’URSS, rimane nell’orbita russa come “estero vicino”, con Mosca che esercita il suo potere per influenzare le autorità locali e proteggere i propri interessi. Dal 2014, con l’intervento russo in Ucraina, l’influenza russa è stata messa in discussione dalla crescente presenza di Cina e India, entrambe membri dei BRICS e dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai. La Russia ha ridotto la propria presenza militare in Tagikistan, dove la Divisione 201 è parzialmente stata trasferita in Ucraina. Di conseguenza, la Cina ha creato strutture militari nel Distretto Autonomo del Gorno-Badakhshan (DAHB), zona strategica per monitorare il flusso dei jihadisti uiguri del Partito Islamico del Turkestan provenienti dall’Afghanistan, capaci di intervenire nelle questioni interne del Tadjikistan nel 2022 durante una rivolta dei Pamiri. Anche l’India, presente dal 2001 con una base ad Aini e una seconda a Farkhor, ha rafforzato il proprio controllo per arginare le minacce islamiste dalla regione AfPak.

Le rivalità tra Cina e India influenzano la geopolitica locale, con la Russia che mantiene il Tagikistan come testa di ponte strategica sull’Afghanistan. La presa di Kabul da parte dei Talebani e la ritirata occidentale nel 2021 hanno riacceso la minaccia jihadista, specialmente quella dell’OEI-K (Organizzazione Stato Islamico-Khorasan), attiva in Afghanistan settentrionale e sostenuta da cellule clandestine in Tagikistan e dalla diaspora in Russia, Turchia e Occidente. Questi gruppi mirano a destabilizzare il regime tagiiko e stabilire un Emirato islamista. Il DAHB, autonomista da sempre, è sostenuto anche dalla comunità ismaelita guidata dall’Agha Khan, e durante la guerra civile tagika (1992-1997) la Russia si è schierata con i clan locali, assicurandosi la loro fedeltà.

Rakhmon, presidente dal 1992 e sostenuto da Mosca, ha consolidato il proprio potere con l’appoggio russo. Tuttavia, la ridotta presenza russa, causata dal conflitto in Ucraina, ha spinto il Tagikistan a cercare alleati in Cina e India, desiderose di mantenere stabilità nella regione. Pechino, attraverso l’OCS, supporta Dushanbe contro la minaccia jihadista, mentre l’OEI-K espande il proprio raggio in Asia Centrale. Il gruppo, nato dopo il declino di Al-Qaida, trova consensi tra i giovani tagiki, specie nei sobborghi poveri di Dushanbe e nelle ex roccaforti della ribellione islamista come le valli del Rasht e del Gharm. Dal 2015, l’OEI-K ha avuto un’impennata, accogliendo numerosi combattenti tra i tagiki afghani e nelle comunità emigrate in Russia e in Europa.

La minaccia jihadista colpisce anche l’Occidente, dove cellule dell’OEI-K coinvolgono immigrati tagiki in complotti terroristici. La tensione nel DAHB si è intensificata con la repressione del governo e l’intervento cinese. Al contempo, la Cina ha intensificato la propria presenza al confine con il Tadjikistan attraverso investimenti in infrastrutture e “sistemi di sicurezza privata”, in risposta alla riduzione delle truppe russe. Pechino ha anche sviluppato progetti strategici come le Nuove Vie della Seta, utilizzando il Tagikistan per controllare i movimenti jihadisti al confine sino-afghano.

L’India, d’altro canto, considera il Tagikistan come avamposto per contrastare la Cina in Kashmir e il Pakistan. Le tensioni nella regione sono state ulteriormente alimentate dalle aspirazioni autonomiste pamire nel DAHB, che sperano in una vittoria ucraina per indebolire l’influenza russa. Una vittoria russa in Ucraina potrebbe portare a una nuova fase di stabilizzazione, con Pechino e Nuova Delhi a supporto del regime tagiiko, mentre un eventuale indebolimento russo potrebbe aprire scenari di espansione jihadista e, nel caso di un intervento cinese, la “protezione” del Tagikistan e dell’Afghanistan.

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