L’attacco israeliano all’Iran è arrivato. Nella notte, nei cieli della Repubblica Islamica sono sciamati i caccia dell’aeronautica di Tel Aviv e transitati diversi missili. Senza registrare perdite, le forze israeliane hanno bombardato i quartieri generali e le installazioni dei Guardiani della Rivoluzione, le installazioni della contraerea, i siti di produzione missilistica. Un’operazione estesa condotta principalmente nella capitale Teheran e nelle città di Isfahan e Mashhad oltre che nella provincia del Kurdistan a cui si sono aggiunti attacchi in Siria funzionali a aprire la strada ai caccia dello Stato Ebraico e a evitare manovre della contraerea ivi stanziata.
Dove ha colpito Israele
A quasi un mese dai lanci di missili iraniani sulle città israeliane e dopo una lunga escalation che ha visto la guerra divampata a Gaza espandersi su scala regionale Tel Aviv alza l’asticella su ogni fronte ma senza giungere alle estreme conseguenze. Si pensava inizialmente a una serie di attacchi contro le installazioni petrolifere o addirittura al pesante azzardo di un bombardamento da parte degli F-35 e degli F-16 dell’aeronautica israeliana sugli impianti nucleari. Nelle ultime settimane il negoziato interno a Israele tra Benjamin Netanyahu e le élite militari da un lato e le trattative tra Tel Aviv e gli Usa hanno limato ai bersagli militari la scelta dei target, in un contesto che vede soprattutto Washington ambivalente tra l’arcano desiderio di veder contenuta la Repubblica Islamica, affidando a Tel Aviv il “lavoro sporco”, e gli oggettivi timori per le ripercussioni delle manovre di Netanyahu.
L’Iran ha mantenuto una copertura molto sobria e attenta degli attacchi, denunciando danni limitati. L’incursione di Israele ha comunque portata storica per almeno tre motivi: in primo luogo, alza l’asticella di una guerra-ombra a lungo condotta da Tel Aviv contro l’Iran nella regione tramite raid verso i suoi alleati locali e attacchi alle strutture avanzate nel Medio Oriente che fanno riferimento alla Repubblica Islamica; in secondo luogo, porta per la prima volta dagli Anni Ottanta un’aviazione nemica nei cieli della Repubblica Islamica, mai violati dai tempi della guerra con l’Iraq di Saddam Hussein; infine, Tel Aviv ha condotto quella che ritiene essere una dimostrazione di forza superando oggettivi vincoli operativi.
Israele si dichiara soddisfatto, la palla passa all’Iran
Come ricordato dal New York Times, infatti, la proiezione logistica necessaria agli attacchi imponeva un’opera di coordinamento imponente le cui prove generali sono state fatte con i bombardamenti sul terminal yemenita di Hodeida a settembre: “negli attacchi contro gli Houthi in Yemen alla fine di settembre, le forze israeliane hanno volato per più di 1.600 kmper attaccare centrali elettriche e infrastrutture portuali utilizzando aerei da ricognizione e decine di jet da combattimento che hanno dovuto essere riforniti a metà volo“. Replicare lo stesso sui cieli iraniani, di fronte a una potente contraerea, non era scontato.
Vanno registrate, inoltre, le dichiarazioni dell’Israel Defense Force e del governo di Tel Aviv che si sono affrettate a rivendicare gli attacchi e, soprattutto, hanno sottolineato la loro volontà di ritenere soddisfatto il “diritto all’autodifesa” di Israele dopo i raid dell’1 ottobre. il portavoce dell’Idf, il contrammiraglio Daniel Hagari, ha parlato di “missione portata a termine” e specificato che se l’Iran -“dovesse commettere l’errore di iniziare un nuovo ciclo di escalation, saremo obbligati a rispondere”. Parole chiare che, forse, lasciano intravedere una relativa maturazione strategica di Israele rispetto all’idea che altrove anima Tel Aviv sulla scia di un’operatività tattica preponderante: Tel Aviv sa che né Israele né l’Iran possono reggere facilmente un conflitto diretto e con guerre e proiezioni attive nel suo estero vicino prova a imporre una linea di deterrenza alla Repubblica Islamica dopo settimane di toni elevati. Sarà sufficiente? La palla torna in mano al governo degli ayatollah. E tutte le opzioni sono sul tavolo in un Medio Oriente sempre più in fiamme.
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