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Guerra

Nel dubbio tra i BRICS e gli Usa L’Arabia Saudita sceglie di non scegliere. Finché può…

Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha messo un piede nei BRICS ma cerca intanto di non dispiacere agli Usa.
Arabia Saudita

Nelle ultime settimane si è parlato molto dei BRICS, blocco politico transnazionale che sfida l’Occidente e include Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Dopo l’espansione dell’anno scorso, che ha accolto nuovi membri come Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, il blocco rappresenta ora circa il 45% della popolazione mondiale e il 28% del PIL globale. Tra i nuovi arrivati, il più in bilico al momento appare il regno saudita, un alle prese con un bivio, anche alla luce della guerra a Gaza: scegliere la legittimazione occidentale oppure restare più allineata con la cosiddetta Asse della resistenza.

La motivazione principale per l’Arabia Saudita ad unirsi ai BRICS si concentra su considerazioni economiche. I paesi BRICS collettivamente rappresentano una quota sostanziale del commercio globale – quasi il 40% delle esportazioni e delle importazioni – con il volume commerciale dell’Arabia Saudita in costante aumento, superando gli scambi con il suo tradizionale alleato, gli Stati Uniti. L’afflusso di investimenti dai paesi BRICS è particolarmente importante dal momento che Ryadh mira a diversificare la propria economia e ridurre la dipendenza dal petrolio.

Il Cremlino, padrone di casa dell’ultimo mega-raduno BRICS a Kazan il 22 ottobre, tra le grandi steppe russe, a 750 chilometri da Mosca, ha ritrattato recenti dichiarazioni che descrivevano l’Arabia Saudita come nuova aggiunto al blocco, lasciando aperta la questione. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha comunicato che ulteriori informazioni su un’eventuale rappresentanza saudita saranno fornite più avanti. Anton Siluanov, ministro delle Finanze russo, aveva assicurato che i BRICS si sarebbero espansi includendo i sauditi, salvo poi correggersi ed escluderla dalla lista. Ok unirsi al gruppo dunque, ma non piena adesione, sembra la linea di Riyadh. E si sa quanto sarebbe importante per la Russia, impegnata in una strategia di distacco dall’influenza statunitense, portare in un’alleanza che già rappresenta un terzo della produzione di greggio mondiale un partner così grosso, anche nell’ambito della galassia OPEC+.

I BRICS stanno valutando la creazione di un sistema finanziario alternativo al Fondo Monetario Internazionale, in risposta al predominio occidentale nelle transazioni globali. Siluanov ha infatti proposto nuove istituzioni simili a quelle di Bretton Woods, ma all’interno della comunità BRICS. Tuttavia, il progetto di un sistema di pagamento comune, il “Ponte BRICS”, procede a rilento, e finora l’unica istituzione creata è il Nuovo Banco di Sviluppo, fondato nel 2015.

Nel frattempo, la quota del Dollaro statunitense nei pagamenti globali ha raggiunto il 49%, il livello più alto degli ultimi 12 anni, secondo i dati di SWIFT. Allo stesso tempo, l’uso dello Yuan cinese è aumentato dal 2% nel 2023 al 5%, e la quota dell’euro è scesa al 21%, il livello più basso in un decennio. Insomma, i BRICS ne devono fare di strada, per intaccare il dominio del Dollaro statunitense come valuta dominante globale.

L’attuale clima geopolitico globale va in effetti tutto a discapito delle certezze occidentali, tra un Israele fuori controllo in Medio Oriente che fa a pezzi qualsiasi retorica sul diritto internazionale, un’Ucraina sempre più pessimista rispetto alle garanzie che le erano state date all’inizio del conflitto, consentendo all’Arabia Saudita di perseguire una rete diversificata di partnership internazionali senza sentirsi troppo gli occhi addosso. L

Inoltre, l’espansione della relazione economica con la Cina ha portato a collaborazioni su progetti infrastrutturali, logistica e tecnologie emergenti, nonché a un notevole cambiamento nella mediazione diplomatica, come dimostrato dal ruolo della Cina nel ripristino delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita. Riyadh vuole approfittarne per affermarsi, al contempo, come potenza regionale opposta agli Emirati Arabi Uniti, finanziatori di Hamas. Una potenza che possa essere punto di riferimento di altri non allineati. Un non interventismo vissuto come emendamento al ruolo, per la penisola araba, di umiliante portaerei di Washington nel post-11 settembre.

Quali sono i rischi di allinearsi ai BRICS? Le tensioni geopolitiche in corso tra Mosca e l’Occidente potrebbero mettere il Regno in una posizione precaria, soprattutto considerando che gli Stati Uniti rimangono il suo principale partner di difesa e fornitore di armi. A detta di alcuni osservatori, una deriva dell’Arabia Saudita verso i BRICS potrebbe far rallentare un cambiamento epocale e sostanzialmente positivo, cioè la diversificazione ideologica e non solo economica dei Saud, celebrata anche da figure politiche liberali come Matteo Renzi recentemente.

La posizione pro-palestinese, almeno sulla carta, del blocco potrebbe creare forse problemi agli obiettivi politici regionali dell’Arabia Saudita, che avrebbe voluto mettere la questione sotto il tappeto con gli Accordi di Abramo. Il grosso del popolo saudita è con Gaza, ma il sentiment pubblico in Arabia Saudita riflette anche una preferenza per legami più stretti con gli Stati Uniti piuttosto che con la Cina, il che complica il processo decisionale per la casa regnante. Le imminenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti aggiungono un ulteriore strato di incertezza; un possibile ritorno di Donald Trump potrebbe aggravare le tensioni tra Cina e Stati Uniti.

I BRICS hanno struttura poco definita, e interessi spesso divergenti. Non bisogna però esagerare queste spaccature, come spesso fa la stampa occidentale per tirarsi su di morale. L’integrazione tra la Russia e la Cina prosegue, e le relazioni tra Nuova Delhi e Pechino si vanno rasserenando. È probabile che nulla potrà impedire l’accettazione della grandeur saudita nei salotti occidentali, neppure un più solido schieramento di Riyadh con i nemici acerrimi dell’occidente. Questa eventualità metterebbe, semmai, soltanto a disagio chi aveva promesso un isolamento russo dopo l’invasione dell’Ucraina.

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