L’impressione è che, esattamente come per Hezbollah, anche Hamas non sia alla ricerca in questo momento di un nuovo leader. Il timore, da parte di entrambi i movimenti, è quello di esporre un eventuale capo nel mirino delle forze di sicurezza israeliane. Come accaduto del resto nel brevissimo interregno di Hassam Saffiedine, di cui ancora oggi è incerta la sorte, nominato al vertice di Hezbollah dopo la morte di Nasrallah e subito preso di mira dall’aviazione di Tel Aviv. Ma la decentralizzazione del potere, oltre a costituire una necessità per i miliziani di Hamas, sembra ormai costituire una realtà consolidata da tempo all’interno del movimento palestinese. E questo ben prima anche dell’uccisione di Yahya Sinwar, colui che di fatto per molto tempo potrebbe rappresentare l’ultimo vero leader dell’organizzazione
L’addio alla centralizzazione
A mettere in luce l’attuale struttura del movimento a Gaza è il New York Times. In un reportage pubblicato sul quotidiano della Grande Mela, il ricercatore Ramzy Mardini ha spiegato in che modo i miliziani palestinesi oggi siano organizzati tra i vicoli e le strade della Striscia.
“Hamas è formata adesso da piccole unità composte da 10 o al massimo 12 uomini – si legge nella sua ricostruzione – si tratta di gruppetti che si muovono già da tempo in totale autonomia“. Questo sta garantendo da un lato un maggior presidio della Striscia, specialmente lì dove l’iniziativa israeliana è più debole, dall’altro permette di prendere decisioni in modo più veloce e senza quindi attendere disposizioni da una leadership quasi impossibilitata a comunicare.
Probabilmente questo tipo di organizzazione non rientrava nei piani dei vertici di Hamas, ma si è creata con il tempo in risposta alla necessità di adeguarsi alla situazione militare nella Striscia: “Il movimento – sottolinea infatti Mardini – sta combattendo già da un anno una guerra in uno spazio molto chiuso”. In un contesto simile, l’unico modo per sopravvivere è quello legato per l’appunto a una frammentazione e decentralizzazione della catena di comando.
Lo spettro di una lunga guerriglia
La morte di Sinwar, si legge tra le righe di questa ricostruzione, potrebbe quindi aver avuto più che altro un impatto di natura simbolica. Sotto il profilo pratico, il movimento che sta combattendo oggi dentro Gaza è ben diverso da quello che ha lanciato gli attacchi contro la popolazione israeliana nell’ottobre 2023. Non c’è più un vertice compatto né tanto meno sembra essere maturata, all’interno di Hamas, l’esigenza di ricostituirlo nell’immediato.
Se da un lato questo dimostra l’indebolimento del gruppo nella Striscia, dall’altro indica anche la sua capacità di adattamento. Ed è forse questo a rappresentare la principale incognita agli occhi israeliani: Tel Aviv, in particolare, potrebbe aver messo in conto una guerriglia di lunga durata. A portarla avanti, anche a conflitto dichiarato concluso, potrebbero essere proprio quei gruppi autonomi che, per via della loro ridotta dimensione, sono più difficili da individuare e da neutralizzare.
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