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Politica

Costituzione USA: tutti vorrebbero cambiarla, nessuno ci riesce. Ecco perché

La Costituzione Usa sembra non piacere a nessuno: eppure perché è ancora lì e nessuno ha il coraggio (o la forza) di cambiarla?

Quando i Padri Costituenti si riunirono a Philadelphia, non erano forse davvero consci del compito al quale erano chiamati. Dopo più di 200 anni, la Costituzione americana resta ancora oggi una fonte del diritto occidentale unica nel suo genere, potente, sebbene stringata ed essenziale. Ancora oggi vanta una serie di primati che la rendono unica nel panorama globale: è, infatti, la più antica Costituzione scritta ancora in vigore, e grazie al ruolo cruciale della Corte Suprema, resta un documento vivo e influente nelle decisioni politiche quotidiane di una superpotenza. Il consenso attorno a questo testo è ampio e trasversale, tanto che difficilmente trova eguali nel mondo. Inoltre, i legislatori americani, così come storici, studiosi e cittadini comuni dimostrano una forte deferenza verso la rule of law da essa emanata, quasi come fosse una divinità laica in cui ogni americano possa riconoscersi.

Questo, tuttavia, non ha risparmiato al prezioso documento una serie di critiche giuridiche e politiche che, oltre a rendere alcune procedure americane decisamente farraginose (vedasi l’elezione del Presidente), hanno fatto spesso sorgere seri dubbi sul tasso di democraticità che essa possiede. Robert Dahl, uno dei critici più feroci della democrazia americana, nel 2000 tenne presso l’Università di Yale una serie di lezioni che avevano per oggetto proprio il documento sacro di tutti gli Americani. L’anno dopo, quella raccolta di lezioni divenne Quanto è democratica la Costituzione americana?, un’opera brillante sugli “inciampi” dei Padri Costituenti, primo fra tutti il mantenimento della “peculiare istituzione” (aka, la schiavitù) e altri complessi meccanismi oggi considerati superati.

I Padri Fondatori crearono la Costituzione quando il governo descritto dagli Articoli di Confederazione si dimostrò troppo debole per far funzionare il Paese: nella sua forma originale, dunque, la Costituzione non prevedeva pienamente quella che oggi è chiamata una democrazia liberale, bensì un sistema “protetto” da eventuali insurrezioni o svolte lealiste. Che questo sistema abbia dei limiti lo dimostra, ad esempio, la discrasia spesso verificatasi tra voto popolare e numero di grandi elettori per la scelta del Presidente: questo ha reso spesso le elezioni contestate e contestabili, fino all’esempio estremo di un presidente che si rifiuta di ratificare l’esito elettorale, attentando al democratico passaggio dei poteri. Altrove un meccanismo automatico e bipartisan avrebbe messo Donald Trump fuori dal sistema politico americano, invece di consentirgli di ricandidarsi ancora una volta. In questo, l’esile Costituzione americana – assieme alle difficoltà che la common law porta con sè – ha fallito.

Urge, dunque, una riforma. Quella chiamata a gran voce dalla notte dei tempi è senza dubbio quella del Collegio Elettorale per l’elezione del Presidente. Si sono susseguiti nel tempo, infatti, progetti che andavano dall’abolizione totale del Collegio, all’introduzione di “distretti”, fino all’assegnazione proporzionale dei voti elettorali o a proposte ibride. Tuttavia, nessuna di queste iniziative ha mai ottenuto un seguito concreto. E c’è da chiedersi perché. Anche se una riforma dovesse essere approvata dalla Camera dei Rappresentanti oggi, le probabilità di ottenere il consenso dei due terzi del Senato, necessari al varo della stessa, sono praticamente nulle. Ogni Stato Usa, infatti, invia al Senato due rappresentanti: il che significa che diciassette Stati meno popolosi, che manovrano 34 senatori, avrebbero infatti il potere di fare ostruzionismo su qualsiasi proposta che riduca la loro influenza nelle elezioni presidenziali. Questo squilibrio di rappresentanza è uno dei principali ostacoli alla riforma: il Collegio Elettorale, infatti, sovrarappresenta i piccoli Stati a scapito dei grandi.

Oltre sei americani su dieci (63%) preferirebbero che il vincitore delle elezioni presidenziali fosse la persona che ottiene più voti a livello nazionale. Circa un terzo (35%) è, invece, favorevole al mantenimento del sistema del Collegio elettorale, secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto tra il 26 agosto e il 2 settembre 2024 su 9.720 adulti. Il Collegio Elettorale è sempre al centro dell’attenzione durante le elezioni presidenziali. Ma un recente tentativo, finora infruttuoso , di cambiare il modo in cui il Nebraska assegna i suoi voti elettorali ha evidenziato la prospettiva di una risicata vittoria del Collegio Elettorale per entrambi i candidati in una gara estremamente serrata.

Se in 48 stati e a Washington DC, il candidato che riceve più voti in quello Stato si aggiudica tutti i suoi voti elettorali, in Nebraska e Maine si assegnano due voti elettorali al candidato che ottiene più voti a livello statale e uno al vincitore di ogni distretto congressuale. Alcuni repubblicani hanno insistito per cambiare le regole del Nebraska in modo che il vincitore a livello statale ottenga tutti e cinque i suoi voti elettorali. Ciò probabilmente giocherebbe a vantaggio dell’ex presidente Trump, dato il costante supporto del Nebraska ai candidati presidenziali del GOP .

Per questo tipo di ragioni, l’Electoral College e le modalità di revisione costituzionale sono stati oggetto di dibattitto fin dall’Indipendenza. Il Senato, infatti, fu oggetto di un consenso minore rispetto alla Camera poiché non si ritenne riproducibile il modello dei Lord inglesi. Si scelse perciò un Senato composto di due senatori per Stato, nominati dai legislativi locali. Un emendamento approvato nel 1913 trasformò questa procedura in un’elezione popolare. Ma i dubbi restarono. Dare questo potere agli Stati “piccoli”, infatti, è una forma di giustizia redistributiva o una tirannia di piccole isole che meno contano?

Difficile avere una risposta. Alla luce di tutto questo, l’abolizione del Collegio Elettorale ha poche possibilità di essere seriamente discussa, votata e approvata dal Congresso. Ma anche se riuscisse a superare questo ostacolo, la Costituzione richiederebbe, ai sensi dell’articolo V, la ratifica di tre quarti degli Stati (38 su 50). Di conseguenza, basterebbero 13 Stati per bloccare definitivamente qualsiasi iniziativa di riforma.

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