Tempi duri per Boeing: il colosso americano dell’aerospazio e della Difesa si trova in una netta crisi di liquidità, è colpita da problemi operativi, dall’incertezza sul futuro e da scioperi che ne paralizzano l’attività in reazione a un piano che prevede di tagliare ben 17mila posti di lavoro.
Il gruppo di Crystal City, Virginia, ha di recente chiesto agli investitori che partecipano al suo capitale, tra cui si segnalano giganti della borsa Usa come Vanguard, State Street e l’immancabile BlackRock, un’iniezione di capitale al fine di alzare le risorse a disposizione di 35 miliardi di dollari. Di questi, 25 miliardi sarebbero da ottenere tramite l’emissione di nuove azioni e 10 tramite un nuovo accordo coi creditori che il consolidamento andrebbe a garantire.
In pratica, Boeing chiede a chi la sostiene un impegno finanziario totale, diretto o indiretto, superiore all’intera manovra finanziaria del governo italiano. L’azienda vive ancora l’onda lunga della crisi del modello 737-Max, segnato da molti incidenti in passato, e si trova di fronte a una grave crisi. Negli aerei commerciali ormai la rivale Airbus è la compagnia da battere e Boeing vive pessimi risultati finanziari: a luglio ha segnalato perdite peggiori del previsto: il fatturato è calato nel secondo trimestre del 15% anno su anno, scendendo a 16,87 miliardi di dollari. La perdita è stata di 1,44 miliardi di dollari, come in proporzione se Boeing bruciasse 16 milioni di dollari al giorno.
Il nuovo Ceo, Robert Kelly Ortberg, ha deciso un taglio del 10% del personale che ha causato scioperi a cascata sulla linea di produzione del Boeing 767 e 777. Ortberg si trova di fronte a un compito difficile: ridare lustro al nome dell’azienda che si è dichiarata colpevole per i mortali incidenti del 737 Max del 2018 e 2019 che hanno attirato l’attenzione di molti inquirenti sul gruppo e dopo un nuovo incidente in Alaska a gennaio che ha gettato ombre sul fatto che Boeing, per inseguire Airbus, avrebbe trascurato diversi dettagli di sicurezza.
Ortberg ha trovato l’opposizione dei sindacati su molti dossier. Ed è ora tra l’incudine del risanamento dell’azienda e il martello dei costi che potrà comportare. Da qui la scommessa sulla “manovra” richiesta a investitori e creditori: credere in un reset di Boeing per ripartire più forti è possibile? La speranza è che perdite contenute nel terzo trimestre (17 miliardi di euro di ricavi, 3% sotto le aspettative secondo gli analisti) possano, a partire dalla comunicazione dei risultati nella giornata del 23 ottobre far risalire la china a Boeing.
Tra gli enti interessati alle dinamiche di Boeing, a tal proposito, c’è anche il Pentagono, che ha nell’azienda un importante fornitore. Il settore difesa del gruppo, secondo quanto comunicato dal direttore finanziario della Boeing Brian West ha nel secondo trimestre perso un miliardo di dollari. Defense One ha ricordato che gli scioperi, i tagli di personale e le incertezze operative possono colpire la capacità di Boeing di fornire per tempo gli asset su cui sta lavorando: l’aerocisterna KC-46, il pattugliatore marittimo P-8, il drone-rifornitore MQ-25 e la nuova versione dello storico caccia F-15, l’EX. In tempi di sostenuto riarmo, una conseguenza non secondaria e i cui impatti andranno osservati con attenzione: Boeing è un’azienda too big to fail per gli apparati Usa, ma la sua crisi può giocare un ruolo nella corsa al rafforzamento della sicurezza nazionale Usa analogamente a quanto succede in altri settori come i semiconduttori, ove Washington guarda con apprensione alla crisi di Intel. Il libero mercato è subalterno alle priorità securitarie: e questo si vede soprattutto nei momenti di crisi delle aziende chiave.
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