Probabilmente per l’Occidente esistono musulmani di Serie A e di Serie B. Non c’è altra spiegazione di fronte alla pressoché inesistente reazione da parte di Governi europei, alti funzionari americani e Ong varie in merito a quanto sta accadendo in India. Dove, negli Stati dell’Uttar Pradesh e dell’Himachal Pradesh, sono state introdotte controverse politiche che rendono obbligatorio per i ristoranti esporre pubblicamente i nomi di tutti i loro dipendenti. Che cosa c’è di strano in una pratica del genere? I musulmani – riconoscibili dai nomi – lamentano a gran voce di essere stati licenziati o costretti a chiudere le loro attività.
I due Governi statali hanno giustificato la politica spiegando che è stata attuata per garantire il rispetto delle norme di salute e sicurezza e delle normative di vendita. Tuttavia, la gente del posto e gli attivisti locali sostengono che le regole sarebbero in realtà un attacco ai lavoratori e alle attività musulmane.
Ricordiamo, infatti, che in India i nomi delle persone sono spesso indicativi di religione e casta. Di conseguenza, tra i titolari musulmani di attività commerciali dell’Uttar Pradesh e dell’Himachal Pradesh c’è il timore che svelare i nomi possa portare ad attacchi mirati o boicottaggi economici, in particolare da parte di gruppi indù estremisti attivi nei due Stati.
La politica della discordia
L’Uttar Pradesh è governato dal partito nazionalista indù Bharatiya Janata (BJP), che governa anche il Paese con il primo ministro Narendra Modi. L’Himachal Pradesh è invece nelle mani del partito di opposizione del Congresso.
Come ha scritto il Guardian, molti titolari di attività commerciali nei due Stati hanno dichiarato di aver licenziato personale musulmano a seguito delle nuove leggi, temendo di diventare un bersaglio dei nazionalisti. Le richieste di boicottaggio economico nei confronti dei musulmani sono state numerose nello Uttar Pradesh, mentre negli ultimi cinque anni si contano crescenti episodi di attacchi all’indirizzo dei venditori musulmani.
Il mese scorso, per esempio, il leader statale di Bajrang Dal, un gruppo di vigilanza indù di destra, è stato immortalato in un video mentre chiedeva ai partecipanti di impegnarsi a non comprare beni da nessun negoziante musulmano.
Praveen Garg, portavoce del BJP nell’Uttar Pradesh, ha spiegato che la discussa politica mira a garantire l’igiene nei ristoranti e ha sottolineato che “a nessuno viene negato il permesso di lavorare”. “Il governo è stato obbligato a prendere questa decisione dopo essere venuto a conoscenza di situazioni in cui il cibo era stato intenzionalmente contaminato”, ha detto Garg. “Ci sono stati casi in cui persone di una comunità specifica sono state sorprese a inquinare i pasti con prodotti sporchi che un indù non può consumare”, ha aggiunto.
Le discriminazioni sui musulmani in India? Ignorate
In India vivono circa 200milioni di musulmani, che costituiscono la minoranza più numerosa del Paese. Per decenni le comunità musulmane hanno dovuto affrontare discriminazioni nell’occupazione e nell’istruzione, e hanno incontrato ostacoli nella strada verso il raggiungimento della ricchezza e della rappresentanza politica.
Modi e il BJP si sono spesso mossi per limitare ulteriormente i loro diritti, a cominciare da un’altra legge controversa, quella sulla cittadinanza, che ha il potere di rendere apolidi milioni di musulmani in India. Eppure, nessuno alle nostre latitudini versa fiumi di inchiostro per esprimere solidarietà e vicinanza a questa minoranza.
In maniera piuttosto curiosa, gran parte dell’Occidente è in prima fila quando si tratta di criticare le politiche discriminatorie messe in atto dalla Cina, l’altro gigante asiatico, nei confronti della minoranza uigura dello Xinjiang. È però curiosamente assente se c’è da parlare dei musulmani indiani…
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