Le Mauritius, arcipelago situato nel bel mezzo dell’Oceano indiano, negli ultimi giorni hanno fatto parlare di sé non per la massa di turisti occidentali pronti a partire per un posto al sole con l’arrivo dell’autunno, ma per altre ragioni, e c’entra l’odierna guerra fredda tra Usa e Cina.
Il 3 ottobre, il premier britannico Keir Starmer e il suo omologo mauriziano Pravind Jugnauth hanno annunciato un accordo, da entrambi definito storico, che consisterebbe nel riconoscimento della sovranità della Repubblica delle Mauritius sulle isole Chagos appartenenti dal 1965 al Territorio Britannico dell’Oceano Indiano e dunque soggette alla giurisdizione della Corona. Il Governo mauriziano per ben sei decenni ha reclamato l’annessione delle Chagos, ma la questione è sempre stata una matassa aggrovigliata a causa dello zampino dello zio Sam.
Sull’atollo di Diego Garcia, il più esteso delle Chagos, ha sede una base aeronavale americana che gode di una posizione strategica per un pronto intervento in caso di escalation militare in tutta la regione che va dal Medio Oriente all’Asia meridionale. L’impegno preso da Starmer e Jugnauth prevede che la succitata base rimanga a disposizione di Washington per i prossimi 99 anni. Non a caso il presidente statunitense Joe Biden ha benedetto l’intesa: “È una chiara dimostrazione che attraverso la diplomazia e la partnership, i Paesi possono superare sfide storiche di lunga data per raggiungere risultati pacifici e reciprocamente vantaggiosi”.
Sebbene dalla Casa Bianca sia trapelato ottimismo, gli americani avrebbero ripetutamente mostrato insofferenza e chiesto ai britannici di desistere dalla cessione delle Chagos alle Mauritius a causa delle sempre più fitte relazioni intrattenute tra l’arcipelago dell’Oceano Indiano e la Cina.
L’atollo Diego Garcia
Nel 1965, l’arcipelago delle Chagos fu scorporato dalla nascente Repubblica di Mauritius che ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1968. Nel 1966, il Governo di Sua Maestà concesse l’autorizzazione agli alleati d’oltreoceano per l’installazione di una base militare che fosse un porto di riferimento nell’Oceano Indiano per parte della loro flotta marittima e una pista di lancio dei loro cacciabombardieri in una zona dove gli Usa, ai tempi della Guerra fredda, non avevano alleati. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il sito militare ha continuato a essere operativo specialmente in occasione degli interventi in Afghanistan e Iraq.
Per la realizzazione della base, circa 2 mila nativi delle isole Chagos sono stati costretti a traslocare alla Mauritius o alle vicine Seychelles, dando così luogo a un lungo braccio di ferro legale tra gli abitanti sfrattati e Londra e che nel 2019 è culminato nell’emissione di un parere consultivo della Corte internazionale di giustizia dell’Aja – organo dell’Onu deputato alla risoluzione delle dispute tra Stati – con cui si è condannata la decisione di separare le Chagos dalle Mauritius perché “non era basata sulla libera e genuina espressione della volontà delle persone interessate”.
L’irritazione degli Usa
Sotto la crescente pressione internazionale (ad agosto l’Unione Postale universale dell’Onu ha vietato la vendita di francobolli britannici nelle Chagos), a Downing Street si sono trovati con le spalle al muro e non hanno potuto fare altro che prendere l’impegno di stipulare un trattato mediante cui si riconoscesse la sovranità mauriziana sugli atolli delle Chagos, come ribadito dal ministro degli Esteri britannico David Lammy.
Secondo un articolo pubblicato da The Times, il sostegno degli americani all’accordo sarebbe solo di facciata, perché nel corso dell’estate alti funzionari della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato hanno tentato di fare ostruzionismo attraverso canali privati, affinché gli inglesi non non cedessero alle pressioni. Secondo le indiscrezioni messe in evidenza da The Times, il timore degli Usa consiste nell’ascendente esercitato dal Pechino sulle autorità di Port Louis – capitale delle Mauritius – dopo la sottoscrizione dell’accordo bilaterale di libero scambio nel 2019, che impegna il Dragone a effettuare investimenti che al momento riguardano quasi 50 iniziative nel Paese africano.
Tale comunione d’intenti ha indotto gli americani a ipotizzare che il governo cinese possa installare delle basi di spionaggio nelle isole circostanti Diego Garcia per carpire informazioni militari riservate grazie al benestare di Port Louis, come segnalato dalla senatore della Florida Marco Rubio: “L’accordo è preoccupante in quanto fornirebbe alla Cina comunista l’opportunità di ottenere preziose informazioni sulla nostra base di supporto navale a Mauritius”. Secondo una fonte che si aggira nei palazzi di Whitehall – via lungo la quale si stagliano tutti i palazzi del potere londinese – ha dichiarato: “[Gli americani, ndr] hanno fatto capire che questo accordo era meglio che non si facesse dato che complica molte le cose per loro. Comprendono che la questione conti molto per noi”.
Al momento, gli impegni assunti da Londra e Port Louis devono essere tradotti in un trattato da ratificare dai rispettivi Parlamenti e chissà se con un’eventuale presidenza Trump, da sempre ostile alle mire espansionistiche di Pechino, l’accordo non subirà dei contraccolpi.
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