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Società

Il “Triangolo delle Bermuda” del Giappone

Ogni anno, in Giappone, quasi 100mila persone spariscono nel nulla. Il fenomeni dei johatsu è una realtà ancora troppo poco nota.

Ogni anno, in Giappone, quasi 100mila persone spariscono nel nulla. Per capire meglio l’entità del fenomeno, chiamato johatsu (alla lettera, “persone che evaporano”), è come se in Italia scomparissero, tutti insieme, gli abitanti di una città come Piacenza.

La maggior parte degli evaporati nipponici viene ritrovata dalle autorità o sceglie di tornare a casa autonomamente. Altre migliaia svaniscono però in una sorta di buco nero insito nella società giapponese. In un Triangolo delle Bermuda che non fa sconti a nessuno, e che accoglie le anime fragili di chi non intende essere rintracciato.

Ma per quale motivo queste persone decidono di sparire? E che fine fanno? I casi sono molteplici e diversi l’uno dall’altro. C’è chi pianifica meticolosamente la propria scomparsa e chi, di punto in bianco, taglia i legami con la famiglia per rifarsi una vita altrove. C’è chi lo fa a causa di fallimenti lavorativi, e chi perché afflitto da depressione, alle prese con debiti da ripagare, dipendenze o vessato da delicati problemi familiari.

Il fenomeno degli “evaporati”

“C’è una società sotto la società giapponese”, ha spiegato Léna Mauger, giornalista francese che ha indagato a lungo sul fenomeno dei johatsu. Nel suo libro, “The Vanished: The Evaporated People of Japan in Stories and Photographs” (Skyhorse), la reporter racconta la storia di un uomo chiamato Norihiro.

Dopo esser stato licenziato dal suo lavoro di ingegnere, e vergognandosi di comunicare la notizia ai suoi familiari, Norihiro ha continuato ogni giorno a uscire di casa, in camicia e cravatta, proprio come se niente fosse accaduto. In un primo momento, questo signore trascorreva le sue giornate in macchina, dando l’impressione di essere occupato fino a tardi, poi, senza più stipendio, è scomparso nel nulla.

O meglio, non proprio nel nulla, ma in un quartiere di Tokyo che secondo alcuni potrebbe essere associato al concetto di nulla: Sanya. Un sobborgo che, per il fatto di essere una calamita di disagiati di vario tipo, viene persino ignorato dalle mappe della capitale giapponese.

“Gli unici che ci vanno, dicono, sono quelli esclusi dalla bella vita e dimenticati da tutti: i senza nome”, ha raccontato la giornalista, non senza attirare numerose critiche. Soprattutto di chi la accusa di essersi inventata gran parte delle storie riportate nel suo libro.

Sparire nel nulla

Eppure, a Osaka c’è un altro luogo simile a Sanya. Si chiama Kamagasaki, ed è una specie di baraccopoli appendice della città portuale. La sua reputazione non è delle migliori: è un posto in cui la gente va quando non vuole essere trovata, quando qualcuno compromette il proprio ruolo sociale o le aspettative della famiglia che, a Tokyo e dintorni, raramente contemplano il fallimento.

A Kamagasaki i cittadini anonimi possono trovare sistemazioni economiche (trascorrere la notte in un hotel locale costa intorno ai 15 dollari) e lavori a basso reddito. Molti cambiano nome e riescono a mantenere l’anonimato.

Come ha spiegato alla Bbc il sociologo Hiroki Nakamori, infatti, in Giappone la privacy è molto apprezzata, e dunque gli evaporati possono persino prelevare denaro dagli sportelli bancomat senza essere scoperti.

“La polizia non interverrà a meno che non ci sia un altro motivo, come un crimine o un incidente. Tutto ciò che i famigliari delle persone scomparse possono fare è pagare un sacco di soldi per un investigatore privato. Oppure semplicemente aspettare”, ha aggiunto Nakamori.  

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