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Nei giorni scorsi nel cuore di Mosca, a duecento metri dal Cremlino, si sono viste scene da Far West. Un gruppo di giovanotti nerboruti, quasi tutti ceceni, hanno fatto irruzione nella sede centrale di una delle più note aziende russe, Wildberries, e, nel momento in cui si sono visti negare l’ingresso, hanno cominciato a spaccare le vetrate. A quel punto è intervenuta la security che, spiace dirlo, tanto sicura non doveva essere, perché è nata una sparatoria in cui due delle guardie sono state uccise, mentre uno dei poliziotti nel frattempo accorsi è rimasto ferito. Ora ci sono trenta persone agli arresti con accuse che variano dall’omicidio al tentato omicidio, dal tentato omicidio di poliziotti alla violenza alla rissa. Scene che hanno riportato un po’ tutti ai “selvaggi anni Novanta”, quando i regolamenti di conti per strada erano quasi all’ordine del giorno.

Per spiegare l’accaduto, e soprattutto perché si tratti di una vicenda da tenere d’occhio, bisogna chiedere un pochino di pazienza ai lettori e tentare un breve riassunto dei capitoli precedenti. Innanzitutto, che cos’è Wildberries? È l’Amazon dello spazio russo, il più grande shop online della Federazione (attivo anche in Kazakstan, Armenia, Bielorussia e Kirghizistan), una robetta da 2 milioni di visite al giorno, 2 miliardi di dollari di fatturato l’anno, più di 30 mila dipendenti. Il tutto nato nel 2004 nel piccolo appartamento di Tatiana Kim (lei è nata a Grozny, in Cecenia, ma ha origini coreane) e Vladislav Bakalchuk: lei insegnante d’inglese in maternità, lui tecnico informatico che fiuta la buona idea e cede la sua azienda per finanziare l’idea della moglie.

Tatiana e Vladislav hanno 7 figli. Lei è stata a lungo titolare al 100% dell’azienda e oggi è, con un patrimonio di 1,9 miliardi di dollari, la donna più ricca di Russia, una delle due sole miliardarie del Paese. Anche Vladislav è ricco, ovviamente, e poco tempo fa, per ragioni tecniche (la multiproprietà, in Russia, semplifica certe procedure societarie), è diventato titolare dell’1% della società. E lì sono cominciati i problemi.

Altro passetto, questa volta di lato. Wildberries non ha prodotto finora solo un’enorme quantità di denaro. Ha generato, com’è inevitabile per una success story nella Russia putiniana, una serie di connessioni con la verticale del potere. Il fratello di Tatiana, Yurij, è amministratore delegato di un’importante società edilizia. Il loro zio, Sergej Tsoy, è vice-presidente di Rosneft, la più grande società petrolifera quotata in Borsa del mondo, di proprietà dello Stato russo, dopo essere stato il capo-ufficio stampa di Yurij Luzhkov, per molti anni potente sindaco di Mosca. Non solo: lui e la moglie Anna sono notoriamente intimi amici di Jurij Sechin, ex dei servizi segreti militari, grande capo di Rosneft e da decenni a sua volta intimo amico di Vladimir Putin.

Adesso che tutte le carte sono sul tavolo, possiamo tornare ai fatti. Nel luglio scorso Vladislav Bakalchuk ha chiesto il divorzio dalla moglie Tatiana. Finito l’affetto? No, finito l’intesa sugli affari. Perché Tatiana, dall’altro dei suoi poteri, ha cominciato a trattare la “fusione” di Wildberries con Russ Group, la più grande azienda russa di pubblicità all’aperto, tradizionale o digitale che sia. Vladislav contrario, Tatiana favorevole. Abbiamo messo fusione tra virgolette perché molti nono capiscono bene la sostanza dell’affare. Wildberries ha un giro d’affari che è circa venti volte quello pur rispettabile di Russ Group. E una fusione implicherebbe anche un riassetto azionario di cui l’Amazon russo non ha bisogno, visto lo splendido andamento del suo business. Ma…

Il ma sta nel modo particolare con cui vengono gestiti, in Russia, gli affari di questo livello. Prove concrete non ce ne sono ma i maligni sostengono che la spinta vera alla fusione venga dal Cremlino, che in questo modo premierebbe un oligarca fedele alla causa, cioè il proprietario di Russ Group, e intanto riuscirebbe a instaurare un certo controllo sulle dinamiche di un’azienda che, per sua stessa natura, entra nelle case di milioni di russi, dei quali raccoglie anche i dati, la cosiddetta “profilazione”.

Da un passaggio all’altro, eccoci a quello finale. Il proprietario di Russ Group, l’oligarca appunto da premiare, è Suleiman Kerimov, un uomo d’affari originario del Dagestan molto ben ammanicato con alti e altissimi funzionari del Governo e dell’amministrazione presidenziale. Ma con un nemico da non sottovalutare: il leader ceceno Ramzan Kadyrov, che in luglio ha attaccato “il ben noto caucasico” (il dagestano Kerimov, appunto) che vorrebbe obbligare i Bakalchuk a prenderlo a bordo della loro macchina da soldi. Ed è stato appunto Kadyrov a dare una mano a Vladislav Bakalchuk fornendogli i ragazzoni ceceni(tra i quali anche alcuni atleti professionisti di arti marziali miste) che nei giorni scorsi, come si diceva all’inizio, hanno cercato di aiutarlo a forzare l’ingresso degli uffici di Wildberries per convincere la ex-moglie a non realizzare la fusione.

È finita malissimo, come abbiamo visto, e Vladislav Bakalchuk ora siede in carcere accusato di omicidio. Ma la saga di Wildberries, oltre a non finire qui, ha già aperto uno squarcio su una Russia che sta dietro le quinte e che non è meno influente di quella che va in scena di giorno in giorno.

Fulvio Scaglione

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