L’economia globale si avvicina alla fine del 2024 in un contesto fortemente paradossale. Tutti gli indicatori parlano di trend di crescita, ma la spada di Damocle delle minacce recessive, dell’inflazione e del debito pubblico condizionano molte grandi economie, specie quelle occidentali. Dalla partita valutaria a quella delle politiche industriali, Usa, Europa e Giappone, le maggiori economie del sistema capitalista occidentale, dovranno affrontare una congiuntura complessa. Per approfondirne le dinamiche, InsideOver ha dialogato con Gabriele Pinosa, esperto di scenari macroeconomici e titolare della società attiva nella consulenza strategica in campo geopolitico ed economico Go-Spa.
Gli scenari economici internazionali hanno più volte, negli ultimi mesi, fatto parlare di una possibile recessione in Paesi di primo piano nei prossimi mesi. Quanto realistici sono questi allarmi?
“Il più recente Outlook del FMI (Fondo Monetario Internazionale) del luglio scorso ha confermato una crescita economica nelle principali economie mondiali per il 2024: rispettivamente +2.6% USA; +5% Cina; +0.9%Eurozona. Se aggiungiamo la crescita di PIL previsto per l’India (+7%) e la Russia (+3.2%), è difficile pensare ad una fase recessiva. La realtà pare però differente: il motore della domanda cinese – dopo lo scoppio della bolla immobiliare – si è inceppato; l’Eurozona viene progressivamente contagiata dalla “malattia economica” tedesca e negli USA il ciclo economico di crescita, gonfiato dalla politica fiscale iper-espansiva post Covid, è agli sgoccioli. Volendo proseguire, in India vi sono i primi segnali di scoppio di una bolla finanziaria e la Russia cresce grazie all’economia di guerra. In sintesi, le conseguenze degli eccessi pre-pandemici sono state semplicemente sterilizzate con forti dosi keynesiane di stimolo fiscale, ma le cause dei disequilibri strutturali non sono state affrontate”.
In particolare, osservati speciali sono gli Stati Uniti. Quanto peserà l’economia nello scontro Trump-Harris?
“Moltissimo in termini di narrativa (“It’s the economy, stupid!”: lo slogan che contribuì alla vittoria di Clinton). Insieme alla questione dei migranti, e ai diritti civili, l’economia è il tema più sentito dagli elettori a stelle e strisce. Al di là dei proclami, la differenza dei due programmi non è affatto siderale: a dimostrarlo sono il fatto che i democratici non hanno alcuna intenzione di abolire i dazi alla Cina, né i repubblicani di eliminare l’Obamacare. Il punto è che entrambi i candidati presentano “progetti mirabolanti” la cui realizzazione non potrà che aumentare ulteriormente il deficit di bilancio. Nel contempo, nessuno dei due propone alcun tipo di soluzione alla crescita esponenziale del debito pubblico, che ha superato i 35 trilioni $. Nel 2024, per la prima volta nella Storia americana, gli oneri al servizio del debito pubblico saranno più elevati della spesa per la Difesa. Un valore maggiore di 1 trilione $/ all’anno, che viene pagato con l’emissione di altro debito: si chiama spirale di autoalimentazione del debito, da cui è impossibile uscire evitando ogni forma di default”.
Che prospettive offrono gli States, in tal senso, sul fronte dell’altra partita fondamentale, quella della lotta all’inflazione e dei tassi?
“La risposta è strettamente legata al punto precedente. Gli Stati Uniti hanno (ancora) la leadership del sistema finanziario globale e sono in grado di utilizzarla per salvaguardare i loro obbiettivi strategici. Se il debito è l’”elefante nella stanza” del sistema, la way out è l’inflazione, che consente la riduzione del valore reale del debito. Il tutto però ad una condizione: che i tassi nominali siano inferiori al tasso di inflazione, cioè che i tassi reali siano negativi. Si chiama “repressione finanziaria” ed è il modo meno doloroso per “fare default”, in quanto il debito viene in effetti ripagato su base nominale, mentre la vera perdita è nelle tasche dei suoi creditori, che perdono progressivamente potere d’acquisto. Ciò ribalta la narrativa dominante, che vede l’inflazione come parte del problema: essa fa parte della soluzione all’enorme problema del debito. Questo è anche il motivo per cui le banche centrali devono tagliare i tassi, nonostante l’inflazione rimanga ad un livello superiore ai target da loro stesse indicato: perché al momento i tassi reali sono positivi, e ciò risulta l’ostacolo più rilevante alla riduzione del debito”.
Sul fronte valutario globale, invece, quali sono gli equilibri da osservare?
“Dopo decenni di politica monetaria ultra-espansiva, la Bank of Japan (BoJ) si è trovata costretta ad un’inversione di rotta, motivata da una crescita dell’inflazione superiore al target del 2%. Ciò ha causato l’apprezzamento dello yen, dopo una prolungata fase di deprezzamento. In realtà, la BoJ si è trovata in una trappola creata da sé stessa: l’iper-monetarismo. È stata infatti la politica monetaria iper-espansiva di Tokyo a causare la svalutazione dello yen, che ha posto le basi per il ritorno dell’inflazione, in quanto il Giappone è un importatore netto di materia prima (soprattutto energetica), che paga in dollari americani. L’inflazione importata trovava un ulteriore elemento di accelerazione dalla speculazione finanziaria, a causa del fenomeno del carry trade. Si tratta di un meccanismo che porta gli operatori finanziari ad indebitarsi nella valuta con i tassi più bassi (in questo caso lo yen), investendo in asset redditizi, ma rischiosi (come l’equity), oppure in un’altra valuta che remunera con tassi più elevati (in questo caso, il dollaro americano). Il carry trade portava ad un deprezzamento potenzialmente senza fine dello yen (che veniva venduto allo scoperto), in un gioco che pareva “win-win”, fino a quando il giocattolo si è rotto, con il rialzo (pur esiguo!) dei tassi della BoJ. La chiusura dei carry trade ha prodotto il crash finanziario del 5 agosto scorso, con un forte apprezzamento dello yen e un crollo generalizzato delle borse globali, partendo dal Nikkei. Si è trattato di una scossa premonitrice di un potenziale movimento tellurico di più vasta portata, tutt’altro che terminato, ed i cui impatti rischiano di causare un “incidente finanziario” a livello sistemico”.
L’Europa vive una fase critica per decidere il suo futuro. Che scenari ci aspettano?
“Parafrasando una famosa affermazione di von Metternich (riguardo all’Italia), si può dire che l’”Europa è un’espressione geografica”. La spinta di ottant’anni fa dei padri fondatori (il Manifesto di Ventotene) pare esaurita da tempo. Il fatto è che il progetto europeo è nato e si è sviluppato preminentemente con un fine mercantilista e commerciale, mettendo sempre in secondo piano gli altri aspetti. Ora che il motore di questo processo (il mercantilismo tedesco) è in crisi strutturale, i nodi giungono al pettine, e non riguardano solo Berlino, bensì l’intero progetto europeo. Vi è una scollatura sempre più evidente tra le istituzioni europee e i governi nazionali, che identifica un problema ancora più grave: l’apertura di una linea di faglia tra i cittadini del Vecchio continente e le istituzioni europee. Non si può parlare di “eccezione ungherese”, quando i sistemi politici dei due “soci di maggioranza” dell’Unione (Germania-Francia) soffrono una crisi profonda. La criticità ha radici profonde, in termini di mancanza di identità, oltre che di strategia condivisa, frutto del tatticismo esasperato dell’era Merkel, senza visione (ce lo ricorda la gestione della “crisi greca”). Ne sono la prova la stretta dipendenza europea dal sistema cinese, in termini di supply chains strategiche, e l’assoluta sudditanza a quello americano, in termini di Difesa. L’evoluzione della situazione va monitorata attentamente da Berlino, in quanto la crisi economica può sfociare in una crisi sociale e politica, con conseguenze tanto imprevedibili, quanto potenzialmente nefaste, come ci ricorda la Storia”.
Che giudizio dà del Rapporto Draghi e delle chiavi di lettura che offre?
“Il piano Draghi mette in bella copia una serie di compiti da fare noti da tempo a tutti (almeno gli addetti ai lavori). Il punto però non è sul “cosa fare” (una politica energetica e della Difesa comuni, unificare il mercato dei capitali, implementare una maggiore autonomia strategica nel campo delle materie prime, definire una linea condivisa nella politica migratoria, e così via), ma sul “come riuscire a farlo” (come convincere i vari Paesi della necessità di procedere a passi spediti, quando gli interessi sono divergenti?). La prova delle difficoltà di una linea condivisa sono sotto gli occhi di tutti quotidianamente: le disparità di veduta sula gestione dei migranti e quella sulle politiche anti-dumping verso la Cina ne sono la prova tangibile. Negli ultimi decenni, il progetto europeo ha trovato nuova linfa nelle crisi, come accaduto con il lancio del Next Generation EU durante la pandemia. Il rilancio degli investimenti – pubblici e privati – è essenziale, ma se si pensa di poter risolvere tutti i problemi con un debito aggiuntivo di 800 miliardi euro all’anno, a mio avviso si sbaglia. L’Europa, per nascere, ha bisogno di una visione in cui credere, di un progetto da realizzare. Bisognerebbe tornare alla necessità di una Costituzione europea, la cui mancata approvazione (con la bocciatura dei referendum francese ed olandese nel 2005) ha inferto un colpo durissimo al progetto europeo. L’Europa si fa con i giovani e la scuola (come dimostra il progetto Erasmus), altrimenti è destinata a morire, prima ancora di aver visto realmente la luce”.
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