Totò Schillaci, uno di noi. L’eroe delle notti magiche, come non ce ne sono state più. Ma anche il simbolo degli anni Novanta italiani, incastrati malamente tra il Dopoguerra e i giorni nostri: era di passaggio per la sonnecchiante provincia italiana, anni difficili per le periferie dello Stivale, da nord a sud. Ma al Cep di Palermo ancora di più. Un’Italia profondamente razzista, ma non con gli immigrati, ma con quei “terroni” a cui “non si affittava” qualche decennio prima. Ed è da terrone che Salvatore Schillaci era giunto a Torino. Quasi a chiedere permesso, lui accusato di non saper nemmeno parlare l’italiano. E poi i cori a suon di “ruba le gomme, Schillaci ruba le gomme” che subirà non solo al nord, ma anche in Terronia.
L’amore dell’Italia per Schillaci, essere mitologico del Campionato del mondo 1990, è stato in grado di farci dimenticare i colpi al cuore di quegli anni, obnubilando le nostre menti e le nostre coscienze. Un’Italia campione di polvere sotto al divano, dalla politica al calcio. Non a caso gli stadi-cattedrali nel deserto hanno rappresentato un simbolo del decadimento di quegli anni: Italia ’90 si costruì a costi elevatissimi e con notevole spreco di denari pubblici. Oltre 1200 miliardi di vecchie lire, sforamento di budget dell’85% e mutui. Per non parlare delle gare d’appalto che non si tennero perché il tempo era esaurito e bisognava fare in fretta. Giganti di cemento che nei trent’anni successivi sono andati incontro al degrado se non all’abbattimento.
Quando Totò Schillaci approdò a Torino, il muro di Berlino viveva i suoi ultimi mesi. Eppure li rimpiangiamo quei Novanta mannaggialoro. Una certa generazione li guarda con nostalgia, assieme al walkman e i bomber neri. Ma si trattò di una grande promessa tradita, di un futuro che era stato brillantinoso fino agli Ottanta e che poi sarebbe stato dato alle fiamme da Tangentopoli e Mani Pulite. Un’Italia che sapeva ma che non voleva vedere, in cui “mangiavano tutti” anche se con stile. La chiamiamo Seconda Repubblica, quella che nacque dalle ceneri della Prima e dopo Tangentopoli, ma nei fatti nulla cambiò. Una lunga scia di sangue che ci costò le anime di giusti come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e di tanti altri ancora, molti dei quali conterranei del nostro amato Totò.
Eppure, ci avevamo sperato. L’Economist, nel maggio 1991, arrivò a classificare il Paese come la quarta potenza economica mondiale. Mentre la cronaca giudiziaria si concentrava sulle mazzette, il mercoledì nero del 1992 tagliò le gambe alla lira, deprezzata di oltre il 30% rispetto al dollaro. E il peggio doveva ancora venire. Qualcosa ci ha convinti della bellezza di quegli “anni belli”, quando non c’erano i i cellulari, la Rai dava ancora una cosa che si chiamava “Lunedì film”, si fumava ancora nei bar e per telefonare dalle cabine telefoniche serviva il gettone o la scheda.
Occorre un bagno profondo di realismo e umiltà per riconoscere che quelle notti magiche avevano come rovescio della medaglia la notte della Repubblica, ma non quella degli anni Sessanta. Una tutta nuova, che chissà se mai si è conclusa. Ma al nostro Totò non importava, continuando a correre su e giù per il campo, tamburino e pupo dei nostri ricordi belli.
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