Dopo aver assistito ad 11 mesi di mattanza a Gaza, il popolo palestinese della Cisgiordania, oggi più che mai, sta facendo i conti con l’occupazione israeliana che si è trasformata in una guerra a tutti gli effetti. La Cisgiordania è stretta nella morsa di quelle che il governo Netanyahu, e i media occidentali, chiamano “operazioni militari”. Tuttavia questa definizione non restituisce neanche un po’ dell’orrore che è in atto al di là del fiume Giordano. Dalla cronaca riportata da Haaretz, così come da Al Jazeera, da Middle East Eye e dalle migliaia di video online su ogni piattaforma social, la West Bank sembra essere al primo atto di un drammatico spettacolo che il mondo conosce bene, quello che si sta consumando a Gaza da oltre 343 giorni.
In questa parte di terra che i coloni reclamano come loro, per diritto divino, i palestinesi, più che cittadini di serie B, sembrano essere persone private dei diritti fondamentali. Non passa giorno in cui non vi sia un attacco da parte dell’IDF o una violenza messa a segno da qualche suprematista israeliano. Nelle ultime settimane, poi, Netanyahu ha dato il via libera a raid e “uccisioni mirate”, che poi tanto mirate non sono, altrimenti in Cisgiordania non sarebbero stati ammazzati 141 bambini in undici mesi. Ebbene, tra queste sedicenti operazioni militari, ufficialmente “volte a contrastare il terrorismo palestinese”, non si sa bene come né tanto meno il perché, rientravano anche lo smantellamento delle strade asfaltate nelle principali città, l’espulsione di centinaia di famiglie dal campo profughi di Tulkarem, abitazioni ed edifici dati alle fiamme, attivisti uccisi durante una manifestazione (come la cittadina americana Aysenur Ezgi Eyg freddata da un cecchino israeliano “per errore”) e l’arresto di almeno cinque operatori sanitari dell’organizzazione umanitaria Mezzaluna Rossa.
La fragile Autorità Palestinese
Attaccando la Cisgiordania – si legge su The Cradle – “Israele ha chiarito che le sue azioni contro Gaza non erano solo una reazione all’attacco guidato da Hamas il 7 ottobre”. Piuttosto, questa nuova fase del conflitto sembra “far parte di una strategia più ampia per giudaizzare tutta la West Bank, come i gruppi di resistenza palestinesi hanno continuamente affermato sin dallo scoppio della guerra”. A fugare ogni dubbio a tal proposito, ha pensato anche il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, che in concomitanza con le massicce operazioni dell’IDF, aveva dichiarato: “Dobbiamo affrontare la minaccia in Cisgiordania proprio come facciamo nella Striscia”. Insomma, come a dire che la cisgiordania deve trasformarsi in una Gaza 2.0.
Già mesi fa, ancora prima che i raid dell’esercito israeliano si intensificassero nelle principali città palestinesi di Jenin, Ramallah, Nablus, Tulkarem, Hebron e Tubas, Haaretz affermava che la situazione “aveva raggiunto il livello di ebollizione”. Sebbene il popolo palestinese ancora non sia coinvolto nella lotta, come avvenne invece durante la Seconda Intifada, il rischio che il quadro degeneri è elevatissimo. In special mondo perché la fragile Autorità Palestinese (AP) sotto Abu Mazen potrebbe crollare, “seppellendo definitivamente gli Accordi di Oslo ed erodendo ulteriormente qualsiasi prospettiva per la cosiddetta soluzione a due Stati” – una visione che, stando ai fatti attuali, sembra essere del tutto utopica in primis per Israele stesso.
Mahmoud Abbas, noto come Abu Mazen, infatti, si trova di fronte a sfide senza precedenti. È assediato dalla rabbia dei palestinesi in Cisgiordania, frustrati dalle loro continue sofferenze e da quelle dei loro connazionali a Gaza, dalla morsa finanziaria imposta da Israele e dall’incessante espansione degli insediamenti dei coloni.
Le critiche ad Abu Mazen sembrano aver raggiunto l’apice, evidenziando una disillusione nei confronti dell’AP, ritenuta incapace di proteggere i diritti dei palestinesi o di fermare le ripetute incursioni israeliane. Dal 7 ottobre, infatti, il leader di Al-Fatah, è stato definito, nella migliore delle ipotesi “il presidente-fantasma”, proprio per via della sua poca rilevanza. Da altri, invece, Abbas e il suo gruppo politico sono stati spesso accusati di collaborare, direttamente o indirettamente, con Tel Aviv.
Quel che è certo, è che Abu Mazen non è in grado né di contrastare la feroce occupazione israeliana in Cisgiordania, né di influenzare le formazioni armate a Gaza. E, a proposito del massacro in corso nella Striscia, l’unica nota da evidenziare è stata una dichiarazione che risale ad un mese fa, in cui il leader di Al-Fatah, prometteva di visitare l’enclave palestinese – fatto che comunque dovrebbe avvenire dopo l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu. L’annuncio si è rivelato del tutto velleitario, danneggiando ulteriormente l’immagine di Abu Mazen.
Questo immobilismo ha portato Al-Fatah allo sprofondo, con un consenso ormai ridotto ai minimi storici, rendendo l’unica alternativa politica ad Hamas una realtà fantasmatica. Un’altra vittoria di Netanyahu, che per continuare la sua guerra, che lo conserva al potere, e realizzare l’annessione (per ora) di Gaza, deve estremizzare al massimo il confronto, distruggendo ogni possibilità di dialogo, mediazione e compromesso tra israeliani e palestinesi, politica da tempo perseguita da Fatah.
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