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Guerra

“Campo di battaglia”, il film che ricorda l’importanza di raccontare la guerra con umanità

Un film che racconta il conflitto in un'epoca in cui la guerra ha fatto irruzione nel nostro quotidiano, seguendo una pandemia.

Campo di Battaglia”, il film di Gianni Amelio ambientato nel Friuli della Grande Guerra e presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia da poco conclusasi, è un film di cui avevamo bisogno. In un’epoca in cui la guerra ha fatto irruzione nel nostro quotidiano – seguendo una pandemia – l’opera di Gianni Amelio riesce ad affrontare queste due tematiche con una profondità alla quale il panorama mediatico e artistico ci avevano disabituato. Si è quasi stupiti di come un’opera d’arte riesca a fare uno dei propri mestieri: darci mediante l’espressività chiavi di lettura della realtà. In tal senso, il testo cinematografico del maestro calabrese (autore di opere profonde e delicate, use a prendere di petto tematiche “di peso”, da Lamerica a Hammamet, da Le Chiavi di Casa a Il Signore delle Formiche) è un film necessario.

Sarebbe stato semplice – forse persino gradevole per alcuni – impostare un’opera ambientata nel 1918, tra gli ultimi, tragici fuochi della Prima Guerra Mondiale e i primi della Spagnola, sulla contrapposizione “i buoni contro la guerra” contro “i cattivi guerrafondai”. Amelio – che ha un rispetto dello spettatore superiore a quello della serie TV media, pensa un po’- ci propone dei personaggi in divisa che non si fanno sopraffare dalle mostruosità della loro epoca e che sfuggono allo schema buoni/cattivi perché, pur facendo scelte diverse e addirittura contrapposte, agiscono in base ad un’etica, a delle convinzioni, a un fine che va oltre la loro utilità personale (sia il servire la Patria o la vita umana). Personaggi che scelgono, fino alle estreme conseguenze. Personaggi complessi, contraddittori ma in grado di fare scelte forti mettendosi in gioco in prima persona: umanissimi eroi, dunque, quelli dei quali il cinema di oggi troppo spesso ci priva proponendoci personagg(ett)i insulsi e piagnoni o protagonisti onniscenti e unidimensionali. 

È anche un gioiello. Il contesto storico (ben ricostruito, dalle vicende alle uniformi) si equilibria perfettamente con i personaggi e costituisce il loro dramma senza essere un mero pretesto. La fotografia è pulita, asciutta, priva di qualsiasi compiacimento estetico: la cinepresa pennella con pochi, magistrali campi larghi il contesto, privilegiando poi la stretta sugli interni, sui corpi e sui volti dei personaggi nella miglior tradizione del nostro cinema drammatico. Il ritmo narrativo è sapiente, rifuggendo dalla mimetica “pesantezza” del film di impegno, sostenuto da interpretazioni impeccabili – a cominciare da quella di Alessandro Borghi, attore straordinario che non ha più nulla da dimostrare.

L’opera è cruda, priva di sconti, ma senza alcun voyeurismo o pornografia del dolore: unica concessione all’estetica è la forte scena iniziale – nella montagna di cadaveri, filmata in circolo in piano sequenza, rivediamo le immagini e i colori dei quadri di Otto Dix, testimone delle trincee tedesche. La sofferenza non è per Amelio qualcosa da non nominare e non mostrare per perbenismo e finto pudore, qualcosa da elidere dal racconto per fingere che non esista, ma qualcosa da guardare in faccia, da affrontare con il coraggio dei suoi protagonisti. Nemmeno velata è la critica all’atteggiamento della stampa dell’epoca (di oggi?) che censura(va) la tragedia della guerra e dell’epidemia. Vorremmo più film come Campo di Battaglia, un’opera che ci riconcilia con la passata tradizione dei maestri del cinema italiano.

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