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150 anni e l’Impressionismo è ancora attuale

Abbiamo da poco festeggiato (15 aprile-15 maggio) i 150 anni dalla nascita degli Impressionisti, quel movimento pittorico nato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento e che ebbe la sua prima esposizione autogestita nel 1874, al 35 Boulevard des Capucines a...

Abbiamo da poco festeggiato (15 aprile-15 maggio) i 150 anni dalla nascita degli Impressionisti, quel movimento pittorico nato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento e che ebbe la sua prima esposizione autogestita nel 1874, al 35 Boulevard des Capucines a Parigi, presso lo studio del fotografo Nadar. 165 furono le opere esposte e 31 gli artisti, tra i quali gli ormai famosissimi Monet, Cézanne, Renoir, Degas, Pissarro, Sisley e Morisot; grande escluso Manet che, invece, preferì continuare a esporre negli istituzionali Salons, per lui vero «campo di battaglia». Ma la prima mostra della Société Anonyme des Artistes, Peintres, Sculpteurs, Graveurs – come si facevano inizialmente chiamare questi artisti – non ebbe di certo successo: gli spettatori furono circa 3000, la stampa ne parlò poco e, per lo più, in maniera sfavorevole, moltissimi i quadri rimasti invenduti, al punto che ogni artista dovette versare a Nadar una somma per coprire le perdite subite.

In particolare Louis Leroy, critico di Le Charivari, intitolò la sua satirica recensione all’evento “Esposizione degli impressionisti”, nel voler fare il verso al dipinto di Monet Impression: soleil levant (“Impressione: levar del sole”,1872), riuscì invece inconsapevolmente a definire l’identità della Società – ancora – anonima.

Claude Monet, Impression: soleil levant, 1872. Musée Marmottan, Parigi.

Sulla tela, immerso in una foschia azzurra in cui si distinguono a fatica navi attraccate, ciminiere e piccoli pescherecci, il sole albeggia sopra al porto di Le Havre. Quello che è rappresentato è solo un accenno, un’impressione: la superficie della tela si colora di macchie e tocchi, le pennellate sono libere e guizzanti, attente a rendere gli elementi atmosferici e luminosi. Osserverà Kandinsky di fronte ai covoni di fieno di Monet: «Per la prima volta vedevo un quadro. Sentivo confusamente che l’oggetto mancava al quadro. E notavo con stupore e turbamento che il quadro non solo vi prendeva per mano, ma in più imprimeva alla coscienza un marchio indelebile, e che nei momenti sempre più inattesi, lo si vedeva, nei suoi minimi dettagli, ondeggiare di fronte agli occhi».

Una stagione, uno stile si inaugurano quando si crea una nuova prospettiva, un nuovo modo di vedere, un’“operazione oculistica” per adottare una metafora proustiana: «Il mondo, che non è stato creato una volta sola, ma lo è tante volte quante arriva un artista originale, ci appare così diverso dal vecchio». E non c’è dubbio che gli impressionisti seppero offrire alla società moderna uno sguardo totalmente nuovo, rendendo visibile ciò che non avevamo mai visto prima. Nessuno di loro elaborò mai teorie artistiche o manifesti poetici, ma ciascuno mantenne intatta la propria individualità.

Il sodalizio tra questi artisti consisteva in una novità non tanto sui soggetti, quanto sulle loro modalità di rappresentazione. Per cui, in accordo con i contemporanei realisti, anche gli impressionisti erano interessati alla resa del vero: non esiste un soggetto più degno di un altro, anzi, è proprio nella vita quotidiana che troviamo la realtà delle cose. La vita moderna parigina viene rappresentata in tutte le sue contraddizioni, attraverso aspetti più ludici, come nel Ballo al Moulin de la Galette di Renoir, ma anche in quelli più degradanti, quali alcol e povertà, come testimoniano i bevitori di assenzio di Degas.

Edgar Degas, L’absinthe, 1875-1876. Musée d’Orsay, Parigi

Dalla pittura impressionista, così naturalistica e antiaccademica, nacquero anche numerosi studi sul movimento, sulla luce naturale e sul colore – seguendo l’insegnamento dei maestri italiani e spagnoli, Giorgione e Tiziano, Velàzquez e Goya; ma anche sui quali si basarono gli esperimenti delle avanguardie artistiche del primo Novecento.

Secondo una consuetudine appresa dalla scuola di Barbizon (in questa località francese si sviluppò infatti una corrente paesaggista del realismo), gli impressionisti ebbero una spiccata propensione per la pittura en plein air, all’aperto, che consentiva loro di osservare il mondo così com’è, provando quindi a fissare le variazioni della luce con i suoi riverberi, nonché i relativi cambiamenti cromatici.

Annotava lo scrittore Guy de Maupassant nel 1886: «Ho seguito in più occasioni Claude Monet alla ricerca di impressioni. In verità non è più un pittore, ma un cacciatore. Se ne andava seguito da dei ragazzi che portavano le sue tele, cinque o sei tele che avevano lo stesso soggetto a delle ore diverse e con degli effetti differenti. Lui le riprendeva e le lasciava a turno, seguendo i cambiamenti del cielo. E l’artista di fronte al soggetto aspettava, spiava il sole e le ombre, coglieva con qualche colpo di pennello il raggio di sole che cade o la nuvola che passa e, sdegnando il falso e il convenzionale, li stendeva sulla tela con destrezza».

Nel titanico tentativo di fermare la vita nel suo divenire, le oltre cinquanta Cattedrali di Monet dovrebbero essere considerate una sola opera, tant’è che nell’esposizione del 1895 presso la Galleria Durand-Ruel di Parigi (per molti anni l’unica che si occupò degli impressionisti) l’artista vietò di mettere in vendita i singoli esemplari. E non fu da meno Pissarro, con i suoi dipinti dei vari boulevards fotografati nei differenti momenti della giornata.

Camille Pissarro, Boulevard Montmartre di notte, 1897. National Gallery, Londra

Ma a irrompere tra queste immagini di paesaggi naturali c’è la modernità che, inarrestabile, fa il suo capolino: così il nostro Monet non può fare a meno di rappresentare la stazione di Saint-Lazare con l’innovativa struttura in vetro e ghisa, immersa in una densa atmosfera di fumo. Siamo al momento della partenza e, pittoricamente, se ne avverte quasi il rumore: lo sferragliamento del treno, il vociare dei viaggiatori, piccolissimi rispetto alla banchina, mentre sul fondo si ergono gli eleganti palazzi parigini.

Claude Monet. La Gare Saint-Lazare, 1877. Musée d’Orsay, Parigi

In occasione dell’importante anniversario sono stati numerosissimi i musei che hanno voluto rendere omaggio agli impressionisti, sviluppando ognuno un aspetto diverso di questo variegato gruppo. Tra le numerose esposizioni che si sono susseguite in Francia, la più importante è stata sicuramente quella del Museo d’Orsay di Parigi – dove peraltro sono conservate la maggior parte delle opere impressioniste –: Paris 1874, inventer l’impressionnisme (Parigi 1874. Inventare l’Impressionismo) dal 26 marzo al 14 luglio 2024, in cui, tra le 130 esposte, i visitatori hanno riscoperto una selezione di opere presenti nella mostra pionieristica del 1874 e hanno ripercorso il racconto dalle origini del movimento. L’esposizione si è tenuta in collaborazione con il Musée de l’Orangerie e la National Gallery di Washington.

Simile il percorso proposto dal Museo Storico della Fanteria di Roma (30 marzo-28 luglio 2024) e organizzato con il supporto del comitato scientifico diretto da Vittorio Sgarbi. L’esposizione aveva già animato Mastio della Cittadella a Torino nella primavera del 2023, ripercorrendo la storia del movimento impressionista con dipinti, acquarelli, sculture e ceramiche. Ma ciò che ha reso particolare la mostra capitolina sono stati i bozzetti e le litografie che hanno posto l’attenzione sulle tecniche sperimentali adottate da questi artisti nel campo di disegno, stampa e incisione.

New York, invece, ha reso omaggio al movimento nelle sale del Met Museum (24 settembre 2023-7 gennaio 2024), con una mostra dal titolo Manet/Degas, esaminando in più di 160 dipinti uno dei dialoghi artistici maggiormente significativi: quello tra Édouard Manet (1832-1883) ed Edgar Degas (1834-1917). Le loro opere sono state presentate al pubblico una in confronto all’altra, sottolineando la differenza e l’originalità con cui i due hanno trattato le stesse materie.

Claude Monet (1840-1926), invece, è stato protagonista fino al 4 agosto 2024 di una mostra a Padova, presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano. Il padre dell’impressionismo è stato raccontato in oltre 50 opere tra cui le famose Ninfee, gli Iris e i Paesaggi londinesi.

Mentre, Milano, nelle sale di Palazzo Reale (19 marzo-30 giugno 2024) ha presentato la mostra Cézanne/Renoir. Capolavori dal Musée de l’Orangerie e dal Musée d’Orsay, incentrata sul rapporto tra Paul Cézanne (1839-1906) e Pierre-Auguste Renoir (1841-1919).

È stata inaugurata il 1^ settembre e rimarrà in mostra fino al 15 dicembre 2024 alla Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma) il dipinto La Promenade (1870) di Renoir, un prestito del J. Paul Getty Museum di Los Angeles. Una prima assoluta in Italia per uno dei quadri più affascinanti dell’artista francese, e che anticipa la rivoluzione impressionista. L’opera sarà affiancata da altre due dello stesso Renoir e da dipinti di Cezanne e Monet.

Rimaniamo in attesa della mostra programmata dal 22 novembre 2024 al 4 maggio 2025 presso il Museo degli Innocenti di Firenze: Impressionisti in Normandia. Monet, Bonnard, Corot, Courbet, che promette di raccontare come per questi artisti la natura normanna incarnò la gioia di dipingere all’aria aperta, sperimentando nuove armonie di luce e colore. Oltre che un tour tra gli incantevoli paesaggi della regione, l’esposizione – organizzata da Arthemisia – rifletterà sulla trama di scambi, confronti e collaborazioni che ne fecero uno dei luoghi chiave per la storia dell’impressionismo.

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