Nicolas Maduro rilancia la sua sfida, rigettando le richieste dell’opposizione e di vari Governi stranieri di pubblicare le prove della sua vittoria. Anziché mostrare i documenti che lo avrebbero potuto aiutare a liberarsi dall’accusa di brogli, il presidente del Venezuela ha visto la magistratura amica emettere un mandato d’arresto contro Edmundo González Urrutia, il candidato dell’opposizione alle ultime elezioni, ricercato dalla polizia per accuse sull’uso del voto elettronico ritenute da molti osservatori come pretestuose. Per tre volte il pubblico ministero – in un’istituzione ritenuta filogovernativa – aveva convocato González in tribunale, ma lui si era dato già alla macchia per sfuggire alla cattura, risolvendosi infine a chiedere asilo politico alla Spagna.
A fine agosto, la Corte Suprema del Venezuela, composta da molti alleati di Maduro, aveva confermato la vittoria del presidente in carica e dichiarato definitivi i risultati, nonostante mancassero all’appello milioni di voti presumibilmente destinati all’opposizione. Colpa di un attacco informatico, si è difeso dapprima Maduro, che poi ha iniziato a parlare di falsificazione del voto da parte dell’opposizione. Secondo le ricevute di González, lui aveva ottenuto il 67 per cento dei voti, come anticipato da alcuni sondaggi.
Un’ulteriore prova contro Maduro è l’esplosione nelle ultime settimane di grosse proteste contro il governo nei barrios dei settori popolari, a partire dal giorno dopo le elezioni. Queste proteste sono state chiaramente spontanee, poiché l’opposizione di destra non aveva chiesto ai suoi sostenitori di scendere in piazza fino al giorno successivo. Le prove video suggeriscono che migliaia, e probabilmente decine di migliaia, abbiano partecipato alla rivolta, con 27 persone morte e oltre 2.400 arresti.
Maduro, che governa il Venezuela dal 2013, cioè dalla morte del predecessore Hugo Chávez, ha definito il blackout un “sabotaggio” delle opposizioni. Era successa la stessa cosa nel 2019, in un altro periodo di malcontenti anti-governativi. Per ringraziare i venezuelani per aver continuato a lavorare e aver contribuito a “mantenere la pace” durante il blackout, Maduro ha annunciato dal suo canale televisivo personale di voler anticipare i festeggiamenti per il giorno di Natale al primo ottobre. Una mossa disperata per conquistare qualche punto di consenso. Le settimane precedenti al Natale sono il periodo in cui il governo chavista distribuisce più aiuti nei quartieri popolari. Lo aveva fatto anche nel 2020 e nel 2021, durante la crisi del Covid.
Il passato dell’opposizione in materia di democrazia è tutt’altro che impeccabile. La sua leader, María Corina Machado, è stata a lungo a capo di una fazione di estrema destra che ha respinto con fermezza le elezioni. Il Governo venezuelano ha squalificato Machado dall’occupare cariche pubbliche per una serie di motivi. Il primo era la firma del famigerato Decreto Carmona, che intendeva portare a termine il colpo di stato del 2002 contro Chávez, e poi il suo chiedere a lungo un intervento straniero in Venezuela, per realizzare un regime change. Negli ultimi anni, Machado ha cambiato strategia scegliendo un sostituto per candidarlo al suo posto e un posizionamento più morbido in tema di diritti civili.
Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo centrale a favore della candidatura di Machado, e Washington ha tentato di connetterla ad altri leader della destra liberista in ascesa in Sudamerica, come Jair Bolsonaro in Brasile e Javier Milei in Argentina. Ci dice il politologo statunitense Gabriel Hetland, dell’Università di Albany: se Maduro è ormai indifendibile anche dalla sinistra antimperialista, Machado ha fortemente sostenuto le sanzioni punitive degli Stati Uniti e tentativi di destabilizzazione, ha promosso la privatizzazione del petrolio e della sanità: “Non c’è dubbio che le sue opinioni la collochino non solo a destra, ma all’estrema destra dello spettro politico in Venezuela e in America Latina in generale“.
Chissà che, allora, la proposta di Colombia e Brasile sul Venezuela possa essere quella più sensata: far capire implicitamente che Maduro ha frodato, ma chiedere anche la fine delle sanzioni, un’amnistia politica generale, garanzie reciproche di agibilità politica, un Governo transitorio e nuove elezioni. Sì, l’opposizione forse ha già vinto ma così si potrebbero evitare ulteriori prove di forza. Nella realtà, non ci sono le condizioni affinché questa proposta venga accolta da un Joe Biden in via di dismissione o da un Donald Trump in piena trance anticomunista.
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