Trattando di certi argomenti la premessa è d’obbligo. La semplice esistenza del timore, per nulla infondato, che affrontare certe tematiche possa procurare a chi lo fa l’etichetta di omofobo, intollerante et similia è indice di qualcosa che non va.
In prima battuta, sarebbe il caso di tenere distinta la questione dei diritti da tutto il resto. Chi scrive pensa che la legge Cirinnà, al pari di altre normative in vigore in questo Paese, volte a contrastare ogni forma di discriminazione collegata all’orientamento sessuale, sia una conquista di civiltà. In un certo senso, si è trattato di una mera presa d’atto della realtà: l’esistenza di persone, lasciando perdere quante, che hanno un orientamento sessuale differente rispetto a quello della maggioranza della popolazione. Allo stesso tempo, sostenere che l’ingresso nel tessuto normativo di simili disposizioni avrebbe potuto influire sulle scelte degli individui rappresenta, ci perdonerà chi la pensa diversamente, un’affermazione destituita di ogni fondamento.
Non sta certo a noi indagare su natura e origine dell’orientamento sessuale, e il diritto positivo può solo intervenire per regolare i fenomeni sociali, non certo crearli. Ricordiamo, a tal proposito, che in Italia per effetto della legge n. 164 del 14 aprile 1982 e di diverse pronunce della magistratura[1], esiste una procedura legale per ottenere la rettifica anagrafica del sesso, mentre ancora oggi – punto contestato dai sostenitori di un’idea “allargata” di famiglia – non è consentita l’adozione da parte di single o coppie non sposate. Anche di recente, una serie di pronunce dei nostri tribunali ha annullato i provvedimenti coi quali era stata autorizzata la trascrizione dell’atto di nascita di bambini nati con la maternità surrogata, perché avvenuta in violazione delle leggi vigenti.
Se il tema dei diritti, pertanto, non è qui in discussione, quel che vorremmo affrontare è ciò che i critici chiamano, più o meno sprezzantemente, “ideologia gender”[2], all’origine di importanti fratture sociali e contrasti coi fautori di posizioni che potremmo definire, in senso descrittivo, “tradizionaliste”.
In primis, i sostenitori delle cosiddette teorie di genere (comunemente dette “Gender”, in nome dell’amore viscerale di questo paese per gli anglicismi)[3], pongono l’accento sull’importanza di sensibilizzare la popolazione su certi temi, in particolare per contrastare ogni forma di discriminazione, che però – come ricorda chi la pensa diversamente – arriverebbe a negare l’esistenza di ogni differenza tra generi (non tra i sessi, si badi bene) che non sia meramente culturale. In altre parole, partendo dall’assunto che il sesso biologico (maschile e femminile) sia un dato di fatto, il genere costituirebbe una scelta individuale: se all’inizio si parlava di quattro generi (Lesbian, Gay, Bisexual, Transexual, da cui l’acronimo LGBT), nel tempo se ne sono aggiunti altri, tra i quali il Queer, per cui oggi l’acronimo è divenuto LGBTQ+. Nell’uso comune ha fatto il suo ingresso anche l’espressione di fluidità del genere (genderfluid), riferita a quei soggetti che non si identificano con uno, piuttosto che un altro.
L’origine delle teorie di genere, sulla scorta delle ricostruzioni storiche proposte, affonderebbe nei movimenti femministi e in una serie di tesi sul comportamento e l’identità sessuale dell’individuo, come quelle dello psichiatra statunitense Alfred Kinsey[4] e del chirurgo di origini neozelandesi John Money[5]. Non avendo tempo e modo per riprenderle in questa sede, ci limiteremo a ricordare che coloro che criticano le teorie di genere fanno riferimento all’esistenza di presunti e oscuri disegni, patrocinati da ambienti di matrice conservatrice e religiosa, che ritengono che la promozione di queste teorie sarebbe funzionale alla creazione di profonde fratture sociali, per il tramite di un attacco contro la famiglia tradizionale, intesa come la cellula fondamentale della società, con l’obiettivo finale di dare vita a una massa indistinta di cittadini consumatori, soli e individualisti, più facili da controllare perché privati del supporto familiare.
Non vogliamo entrare nel merito delle diverse posizioni, limitandoci a notare che i sostenitori di quelle che abbiamo chiamato tradizionaliste indubbiamente leggono nel cosiddetto gender, questo sì, un attacco all’istituzione familiare, richiamandosi alla Costituzione del 1948, che all’art. 29 definisce la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”.
A nostro avviso, entrambe le parti hanno tutto il diritto di esprimere e manifestare liberamente il proprio pensiero (art. 21 Cost.), ed è bene precisare che nessuna (e condivisibile) lotta alla discriminazione potrebbe o dovrebbe mai abbracciare la logica della censura o dell’insulto, non foss’altro perché chi ricorre a tali strumenti dimostra una profonda mancanza di argomenti, e lo stesso concetto di inclusività striderebbe con un simile approccio.
Sappiamo fin troppo bene che quando si sostiene pervicacemente una posizione scattano due variabili che possono contribuire ad avvelenare il clima. La prima vede le persone ricercare solo ed esclusivamente fatti ed elementi che suffraghino la propria costruzione (il che è comprensibile), il che però – e veniamo al secondo punto – le porta a ignorare l’esistenza di argomenti critici, o semplicemente a liquidarli come frutto di estremismo ideologico e/o delirio cospirazionista.
Eppure, la soluzione sarebbe semplicissima, basterebbe applicare la massima, impropriamente attribuita a Voltaire, secondo la quale: “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”. E la storia insegna, o almeno dovrebbe farlo, che la polarizzazione eccessiva, o la messa all’indice dell’avversario, non porta mai nulla di buono.
Così dare del “bigotto” o del “retrogrado” a chi la pensa diversamente, equivale a insultare con termini irrepetibili coloro che hanno fatto scelte sessuali differenti, e che non per questo meritano meno rispetto, senza che nessuna delle due parti debba intravvedere nell’altra un pericolo per la propria esistenza.
Come diceva Aristotele: “Solo una mente educata è in grado di comprendere un pensiero diverso dal suo senza la necessità di accettarlo”, e vorremmo porre l’accento sulla parola “educata”, forse un po’ troppo desueta nel dibattito contemporaneo (basterebbe guardare a certi “programmi”…).
Allo stesso modo, valutare criticamente alcuni episodi non può, e non deve, essere inteso come volontà discriminatoria o retrograda. Pensiamo alla chiusura della clinica britannica Tavistock e alla decisione del governo di Sua Maestà di proibire l’utilizzo dei bloccanti della pubertà sui minori[6] [7], giudicati insicuri e inefficaci; o all’invio degli ispettori del ministero della Salute all’ospedale Careggi per accertamenti collegati all’iter seguito per le terapie ormonali ivi praticate. Sono cose che hanno fatto discutere, perché coinvolgendo anche dei minori hanno sollevato il dubbio legittimo circa il livello di maturità fisica e psicologica richiesto da scelte estremamente impattanti, in alcuni casi irreversibili e/o in grado di causare enormi sofferenze.
Altre polemiche hanno investito le decisioni di alcuni uffici che hanno fatto ricorso a espressioni come “genitore 1 e 2”, in quanto ritenute meno discriminatorie rispetto a padre e madre, questioni che in alcuni casi sono sfociate persino in diatribe giudiziarie.
Se nella prima vicenda la corretta valutazione della maturità insita in certe scelte ci appare ineludibile, nell’altra forse sarebbe più opportuno evitare la polarizzazione, semplicemente offrendo un ventaglio di opportunità, che non leda il diritto di ognuno di fare la propria scelta, senza necessariamente imporla all’altro per legge o per decreto.
In Italia molte polemiche suscitò qualche anno fa la bocciatura da parte del Senato del DDL Zan, sulla scorta dell’idea che potesse costituire un viatico per introdurre nell’ordinamento giuridico italiano la cosiddetta teoria gender. Fermo restando il principio della lotta alle discriminazioni – come dicevamo già contemplata da diverse disposizioni, come quelle sul posto di lavoro – va detto che alcuni contenuti del testo avevano sollevato delle perplessità, non escluso il timore di un attacco alla libertà di espressione. In questo senso, non aiutano una serie di notizie che giungono dalla cronaca, dove forse si sono superati i limite della razionalità e della ragionevolezza: se nessuno giustifica fenomeni come incitamento all’odio o ingiuria (che possono anche configurare degli illeciti penali), il semplice fatto di avere un pensiero diverso non può mai dare luogo a una sorta di discriminazione “alla rovescia”, o addirittura sfociare in fenomeni di autocensura.
Giusto per fare un esempio concreto, se un individuo esprimesse in pubblico (e/o su qualche profilo social) la sua contrarietà a eventi o manifestazioni – si trattasse di un gay pride o di un evento organizzato in difesa della famiglia intesa in senso tradizionale – dal punto di vista di chi scrive – e ovviamente evitando toni irrispettosi – avrebbe tutto il diritto di farlo, senza per questo essere indicato come “omofobo” o “bigotto”, o peggio messo all’indice come fomentatore di odio. E forse il punto sta proprio in questo: la presunzione che il proprio pensiero o la propria idea, non si sa bene per quale ragione, sia l’unica corretta, lo stesso che si potrebbe dire quando ci confrontiamo con culture o tradizioni molto distanti dalla nostra (a qualcuno forse verranno in mente giardini fioriti, e simili).
Probabilmente quando le persone impareranno ad ascoltarsi e rispettarsi – alcuni esempi che ci arrivano quotidianamente non sono particolarmente edificanti – molte battaglie ideologiche (o presunte tali) si scioglieranno come neve al sole[8].
E se ci è consentita questa piccola provocazione finale, se davvero esistessero oscuri disegni per creare divisioni sociali e/o ridurre (in una sorta di neo-malthusianesimo) la popolazione mondiale, non si rischierebbe proprio con queste contrapposizioni di fare il “loro” gioco?
[1] Vedi anche Corte di Cassazione, pronuncia n. 15138 del 2015, er cambiare sesso all’anagrafe non serve l’intervento chirurgico (https://www.anaao.it/content.php?cont=10812)
[2] Papa Francesco la ha definita “sbaglio della mente umana” (https://ilmanifesto.it/papa-francesco-contro-il-gender-e-il-pericolo-piu-brutto)
[3] Esistono anche organismi internazionali dedicati alla questione, come l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (https://eige.europa.eu/) o il manuale pubblicato per la prima volta nel 2011 dall’OMS, intitolato Gender mainstreaming for health managers: a practical approach (https://www.who.int/publications/i/item/9789241501057)
[4] Contestato per alcuni passaggi del suo “Contatti nell’età prepubere con maschi adulti” (un paragrafo di uno dei suoi rapporti), nel quale si trattava di rapporti carnali tra adulti e bambini “non violenti” (lanuovabq.it/it/kinsey-era-un-maniaco-il-guru-della-cultura-gay)
[5] “Identità di genere”, contributo di Massimo Gandolfini, neurochirurgo e psichiatra, in rivista Visione, XII volume (2024)
[6] Nel 1979 era stata chiusa la Clinica dell’identità di genere presso la John Hopkins University, dopo il caso molto controverso sintetizzato in un libro intitolato Uomo, donna, ragazzo, ragazzo, di John Money, che descriveva la vicenda umano di un bambino americano divenuto donna dopo una serie di interventi praticati dal pediatra e psicologo. Per la cronaca sia il Bruce (divenuto Brenda, infine David) Reimer è morto suicida, dopo quello del suo gemello, non prima di aver rivelato al mondo la sua vicenda nel libro “As Nature Made Him: The Boy Who Was Raised as a Girl” (2000); per la cronaca Money è morto a Towson, nel 2006, all’età di 85 anni. La sua figura è ancora oggi molto controversa, tra chi riconosce importanti meriti in un campo clinico delicato e inesplorato, e coloro che ne criticano aspramente l’operato alla luce del caso Reimer (www.huffingtonpost.it/archivio/2017/08/10/news/john_money_il_caso_reimer_e_le_teorie_gender-10652553/)
[8] Senza dimenticare che esiste una buona parte del mondo che rifiuta in toto certe costruzioni, in quanto estranee alla loro cultura e tradizioni.
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