Il mito di Camelot non ha portato bene a Robert F. Kennedy Jr. Non è stato lui, in un momento di profonda disaffezione nei confronti del bipolarismo, a raccogliere il mantello lasciato da Re Artù, ovvero suo zio John F. Kennedy, sessant’anni fa. Ora che di anni ne ha settanta, RFK, figlio di Bob, una gioventù passata tra le droghe pesanti, l’espulsione da due college e un’overdose di eroina, ha deciso di porre fine prima del previsto alla sua campagna presidenziale, offrendo il suo appoggio a Donald Trump, un altro outsider dell’élite democratica. Nessun altro candidato presidenziale indipendente aveva superato il 10% dei sondaggi, nel XXI secolo. Non gli è bastato per puntare alla Casa Bianca, ma adesso gli analisti si chiedono che ne sarà di questo bagaglio di voti, e se farà la differenza alle elezioni di novembre.
Kennedy esce di scena tra le contraddizioni e la confusione che hanno caratterizzato tutta la sua campagna. Racconta la sua decisione come un sacrificio nobile per evitare di essere un “guastafeste”, ma allo stesso tempo si dipinge come una grande vittima del sistema. Avvocato e scrittore a lungo a suo agio nel Partito democratico – pochi anni fa andava a cena con Hillary Clinton e premiava il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – conosciuto da Hollywood per le sue cause ambientaliste, paladino della gente comune contro il dominio delle corporation, col tempo si è affermato come nemico numero uno di tutti i vaccini – che secondo lui causano l’autismo – e nemico del tradizionale imperialismo statunitense in politica estera. È il prodotto di una sclerosi democratica, di un sistema incapace di rinnovarsi e presentare alternative vere. Ha raccolto per anni simpatie da destra e da sinistra.
Numerosi reportage hanno fotografato i seguaci di RFK Jr: disamorati politici della classe media che sono andati dietro a uno dei più immeritevoli beneficiari di privilegi nepotistici di tutta la storia americana, salvato innumerevole volte dal baratro da una famiglia ricca e potente, solo perché lo hanno scoperto per caso su YouTube. Non solo anti-vaccinisti svitati, ma tanti delusi dalla mancanza di libertà di scelta, radicalizzati dal lockdown e dalle restrizioni per il Covid. Un segmento politico attraversato da vene libertarie, che talvolta si tingeva di progressismo quando vedeva l’eroe green che aveva affrontato Monsanto e criticato le guerre del Pentagono, e di conservatorismo quando vedeva il cristiano preoccupato per l’invasività dello Stato in economia.
Per parlare a questo pubblico variegato, senza casa politica, Kennedy ha lanciato per mesi segnali spiazzanti, tenendo con difficoltà una qualche coerenza su un argomento che fosse uno: ha parlato di interazioni tra vaccini e Wi-Fi, ma si è fatto vedere pompato di steroidi mentre faceva le flessioni. Ha detto che la working class è stata abbandonata dai Dem, ma ha promesso più criptovalute per tutti e detto no alla sanità gratuita universale. Ha visitato i migranti al confine per deplorarne la condizione umanitaria, ma ha detto no a qualsiasi legge che controlli le armi. Nonostante si dichiari un candidato anti-guerra, ha offerto il sostegno più conformista possibile a Israele, definendo i palestinesi “le persone più coccolate al mondo”, rifiutando il cessate il fuoco e accusando la sinistra del Partito democratico di essere antisemita. Sul canale trumpiano Newsmax ha sostenuto che “i cinesi stanno sviluppando armi biologiche etniche” progettate “per attaccare persone di determinati tipi razziali”.
L’ironia è che la campagna di Kennedy è stata alimentata proprio dall’ecosistema mediatico che lui oggi attacca. La sua candidatura ha trovato terreno fertile negli anfratti più ossessivi dei social, dove prosperano gli outsider politici. Le sue posizioni, per quanto confuse, sono piaciute a un importante galassia di centro liberale impegnata in una crociata contro il wokismo: a cominciare dalla giornalista Bari Weiss, che ha lasciato il New York Times in polemica contro la cancel culture del giornale, per poi proseguire col reporter di Wikileaks, Glenn Greenwald, il presentatore sensazionalista Russell Brand, lo speaker radiofonico populista Joe Rogan e per un po’ anche il padrone di Twitter, Elon Musk. Volevano normalizzare RFK Jr. per punire l’ortodossia della sinistra liberale, il pedagogismo del politicamente corretto e forse anche per assicurarsi un’alternativa a Biden in caso di condanna definitiva di Trump, nonostante Kennedy fosse più vicino all’establishment clintoniano di quanto sembrasse: un populista per tutte le stagioni.
Ora Kennedy sta chiedendo ai suoi sostenitori di seguirlo tra le braccia di Trump. Il team repubblicano si frega le mani e spera che il regalo faccia la differenza negli Stati cruciali della Rust Belt, e nei segmenti di voto che vogliono “drenare la palude” di Washington, punendo la corruzione dei Dem. È una teoria che ha qualche fondamento: la maggior parte dei restanti elettori di Kennedy ha Trump o nessuno come seconda scelta. Ma i sondaggi descrivono la base di Kennedy piuttosto come calante – al 5% del totale delle intenzioni di voto – e solida come un castello di sabbia durante l’alta marea. I giovani e i boomer che hanno in odio il mainstream politico potrebbero tanto votare Trump quanto restare a casa.
Inoltre i Dem hanno costruito una linea d’attacco dopo l’attentato a Trump: “i repubblicani sono weird (bislacchi)”. Kennedy vi si inserirebbe a pieno titolo. E il ticket presidenziale di Trump con un altro personaggio inusuale, lo scrittore nazional-populista JD Vance, ferocemente antiaborto e ossessionato dalle donne senza figli, è già messo in vistosa difficoltà dal colpo di scena di candidare Kamala Harris al posto di Biden. Così i principali esponenti democratici stanno facendo buon viso a cattivo gioco, liquidando la base di Kennedy come irrilevante. La verità è che comunque il popolo kennediano non è un blocco monolitico, ma rappresenta un malcontento reale, di una sinistra finita a destra e tra gli anti-sistema per disperazione, con la quale Harris dovrà fare i conti.
Ma per ora Kennedy sembra contento di recitare il ruolo di martire politico, inveendo contro elezioni che sostiene siano truccate, mentre cerca contemporaneamente di influenzarle. È una contraddizione degna del momento politico che stiamo vivendo, in cui la linea tra apocalittici e integrati, tra sistema e anti-sistema è diventata così sfocata da essere quasi priva di senso.
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