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Storia

Cento anni fa Il delitto Matteotti e l’estate di sangue che cambiò la storia d’Italia

Con il delitto Matteotti si compiva la fascistizzazione dello Stato, nell'inerzia di Casa Savoia. A nulla servì l'Aventino delle opposizioni.
Matteotti

Era il 16 agosto 1924 quando nel bosco della Quartarella, a pochi chilometri da Roma, fu ritrovato il cadavere dell’onorevole Socialista Giacomo Matteotti, scomparso due mesi prima. Matteotti, tra i più duri critici del regime fascista, era stato rapito e ucciso il 10 giugno precedente da esponenti della polizia politica fascista che avevano agito per togliere di mezzo un nemico giurato di Benito Mussolini, che era stato confermato presidente del Consiglio alle elezioni in cui il listone fascista aveva vinto in un clima di intimidazione e repressione.

Matteotti indagava su questi misfatti e su altri scenari turpi come l’anelito di corruzione che aleggiava attorno al regime per scenari come le concessioni petrolifere negoziate coi britannici della Sinclair Oil. Segretario del Partito Socialista Unitario, Matteotti aveva attaccato duramente Mussolini, denunciato il declino morale e politico del Paese in cui si erano svolte le elezioni e l’occupazione fascista dello Stato compiuta attraverso l’uso della forza: “Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”, disse Matteotti alla Camera poco primo del giorno del suo rapimento e della sua uccisione, che portò le sinistre a ritirarsi sul cosiddetto Aventino in segno di protesta contro il clima di intimidazione del regime.

Quel 16 agosto fu grave quanto il 10 giugno perché mostró al mondo la “responsabilità politica, morale e storica” della repressione che Mussolini si sarebbe intestato personalmente in nome del fascismo in un discorso del 3 gennaio successivo. Rappresentó il culmine di un’estate rovente in cui si avvió la fascistizzazione dello Stato. La protesta delle opposizioni moderate, cattoliche e di sinistra per la morte di un importante esponente dell’opposizione, imputabile alle squadracce di Amerigo Dumini, non ebbe risultati nello scalfire la base di sostegno al fascismo. Né mosse un dito la monarchia di Casa Savoia: Vittorio Emanuele III non agì per ostacolare la scelta del delitto Matteotti come volano della fascistizzazione dello Stato da parte del Duce.

Ha ricordato la testata online che ha ripreso nome e tradizione dello storico quotidiano Socialista, L’Avanti: “quando il presidente dell’ANC (Associazione Nazionale Combattenti) Ettore Viola lo raggiunse per presentargli un documento in cui si dimostravano le colpe di Mussolini nel caso Matteotti, il re mostrò il suo volto ignobile. Vittorio Emanuele III ascolta la lettura, poi risponde, “con il tetro sorriso di uno spettro: «Mia figlia, stamani, ha ucciso due quaglie»”. Solo dopo 19 anni, con la sfiducia di Mussolini da parte del Gran Consiglio, il re che aveva controfirmato la corsa del regime alla dittatura e al disastro bellico rimosse Mussolini.

In quella calda estate di cento anni fa si preparava l’accettazione da parte di società e potere della legge dell’arbitrio. La morte di Matteotti fu consegnata alla sostanziale impuntà dei responsabili e la condanna a morte morale di un Paese intero. Inerme di fronte all’arbitrio che le future “leggi fascistissime” avrebbero codificato. E presto dimentico, ai tempi, della morte del coraggioso Matteotti. Anche oggi, cento anni dopo, uomo che è impossibile non ritenere dalla parte giusta della storia.

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