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Storia

31 luglio 1954, il tricolore in vetta al K2: splendori e miserie di un trionfo italiano

K2, i 70 anni di un trionfo italiano tra splendori e miserie. Dal trionfo alla polemica sul ruolo di Walter Bonatti.

31 luglio 1954: la bandiera italiana svetta sul K2, la seconda montagna più alta del mondo. La spedizione guidata da Ardito Desio rappresentò trionfo alpinistico e di programmazione, ma anche un simbolo di orgoglio nazionale per un Paese in ricostruzione, che nell’operazione congiunta dell’Istituto Geografico Militare, del Club Alpino Italiano e del Consiglio Nazionale delle Ricerche vedeva un’occasione di riscatto per l’Italia.

L’arrivo di Achille Compagnoni e Bruno Lacedelli in cima agli 8.611 metri del Karakorum-2, sito al confine tra Pakistan e Cina, permise a molti italiani di veder, simbolicamente, un tricolore in cima al mondo e di potersi riconoscere nel riscatto di un’Italia che era uscita devastata dalla guerra e dal collasso a cui l’aveva condotta il regime fascista. Ma, al contempo, la spedizione, anche se non soprattutto proprio per il fondamentale valore patriottico, aprì una diatriba dialettica, e a un certo punto anche legale, sul resoconto della spedizione.

La storia della conquista italiana del K2 è quella di una imponente operazione che espanse le vie già tracciate in passato dagli esploratori italiani. A memoria dei passati tentativi di assalto al K2 restava il nome dello Sperone degli Abruzzi, così chiamato in onore del passaggio nel 1909 della spedizione di Luigi Amedeo Duca degli Abruzzi e l’esperienza personale di Desio. Avventuriero di “deserti, vette e ghiacci”, come ha evocativamente scritto Marco Valle su queste colonne, Desio nel 1929 aveva già esplorato le pendici dell’Himalaya-Karakorum ed era deciso a portare fino in fondo la spedizione.

La spedizione composta da un gruppo di 5 ricercatori guidati da Desio e 13 alpinisti, di cui uno, Mario Puchoz, morì per un’edema polmonare il 21 giugno a soli 26 anni, e 10 alpinisti di etnia hunza nel ruolo di portatori iniziò tra maggio e giugno la messa a terra del campo base e a predisporre con corde, perni e apertura di vie l’assalto finale alla vetta, che si consumò tra il 28 e il 31 luglio, quando furono superati gli ultimi mille metri finali di scalata. Ed è qui che la spedizione oscillò tra splendore e miseria. Lo splendore fu il lavoro corale con cui l’ascesa a una montagna ostile e sempre respingente fu portata a compimento. La miseria, la querelle che negò, nella versione ufficiale della spedizione, il ruolo del più giovane alpinista italiano della spedizione, il 23enne Walter Bonatti, e del pakistano Amir Mahdi nel portare a oltre 8mila metri di quota le bombole che, il 31 luglio, fornirono a Compagnoni e Lacedelli l’ossigeno necessario all’assalto finale alla vetta.

Bonatti e Mahdi passarono una notte in bivacco nella “zona della morte”, con venti a -40 gradi centigradi, a 8.050 metri di quota. Ma nella versione dell’assalto finale relazionata da Compagnoni, dato che Desio si era fermato al campo base, il ruolo dell’alpinista nativo di Bergamo appare sottodimensionato, se non trascurabile, e non appaiono pienamente delineati gli errori di comunicazione che avrebbero fatto pensare a Lacedelli che nella sera del 30 Bonatti e Mahdi stessero scendendo alla loro quota per passare la notte in un luogo attrezzato. Bonatti e Mahdi sfidarono la morte nella gelida notte del Karakorum, e come scritto su Contrasti “solo dopo mezzo secolo Bonatti ha potuto veder riconosciuto il suo ruolo, a lungo negato, nel successo del K2 grazie alla delibera a lui favorevole del Club Alpino Italiano; la ferita aveva continuato a segnare profondamente l’animo di Bonatti, che nel dicembre del 2004 rifiutò l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica (concessagli dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi) proprio a causa del contemporaneo conferimento ad Achille Compagnoni”.

Una coda amara per un’impresa destinata, in ogni caso, a restar immortalata tra le grandi storie dell’alpinismo. E che ebbe una conseguenza diretta nel plasmare la figura di Bonatti, da allora in avanti destinato a diventare un lupo solitario, un cacciatore di vette remote e di imprese prima e un grande esploratore e reporter dai luoghi più remoti della Terra poi. Di cui resta oggi, celebre, un aforisma che richiama alla natura non solo sportiva dell’alpinismo: “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi”.

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