Il crollo verticale del commercio bilaterale tra Germania e Cina e dell’export tedesco verso la Repubblica Popolare è stato l’avvisaglia di un graduale trend di decrescita della proiezione commerciale di Berlino verso i mercati extra-europei. Certificato dai dati di Destatis, l’Istat tedesco sulle esportazioni dell’economia germanica per il mese giugno, che mostrano una vistosa contrazione e, soprattutto, il suo inserimento in un trend consolidato.
Nel mese di giugno i mercati mondiali hanno visto il valore di merci tedesche ricevute calare del 2,6% su base mensile e un trend di decrescita annuo consolidato del -4,5%, da 60,7 miliardi a 58 miliardi di merci per mese. A svuotarsi, principalmente, i flussi tra la Germania e l’economia con cui la complementarietà nei decenni scorsi era stata maggiore, la Russia. Il commercio bilaterale tra Mosca e Berlino perde il 27,1% su base annua superando di gran lunga anche il calo dell’export verso la Cina (-9,9%). Come è noto, questo è indice del declino di quella che fu la GeRussia, il sistema fondato sul coerente sostegno tra l’export russo di materie prime e derrate verso la Germania e la fornitura industriale di Berlino al Paese euroasiatico. Un mondo tramontato con la guerra in Ucraina. Ma non finisce qui.
Vanno sottolineati anche i cali dell’export verso la Turchia (-16,4%), il Messico (-9,7%) e l’India (-7,7%), Stati nei cui confronti Berlino si pone soprattutto in due maniere. In primo luogo, come fornitore di beni di consumo, dall’elettronica alle automobili, per le crescenti classi medie nazionali. In secondo luogo, come fornitore di prodotti legati alla produzione industriale, al settore dei macchinari, alla chimica e alla produzione più avanzata. Mondi in cui per effetto-sostituzione le merci tedesche subiscono la competizione cinese: non a caso l’export della Cina verso il Messico e l’India è in costante crescita, e lo stesso si poteva dire della Turchia prima della recente imposizione di tariffe del 40% sui veicoli elettrici cinesi a giugno.
Tutti dati, questi, su cui Berlino dovrà interrogarsi mentre svilupperà una strategia industriale volta a mantenere la Germania protagonista nelle catene del valore dell’industria del futuro, dalla sfida dell’auto elettrica a quella della microelettronica e delle tecnologie di frontiera. La Germania si è per decenni posizionata dopo la Cina e assieme al Giappone in prima fila tra le potenze esportatrici mondiali. Oggi, per un combinato disposto di crisi del modello produttivo che dei bassi costi dell’energia importata dalla Russia faceva un fattore di competitività, di tensioni geopolitiche e tariffarie e di venti recessivi interni la tenuta della superpotenza commerciale e esportatrice tedesca non è più certa. E questo può ripercuotersi sulla prosperità di un’intera area, l’Europa, che a Berlino è intrinsecamente legata.
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