Terza isola per estensione nel Mediterraneo dopo Sicilia e Sardegna, Cipro vive una complessa situazione da almeno 50 anni, in qualità di uno dei più caldi crocevia del Mediterraneo. L’isola, infatti, è divisa de facto in due parti dalla cosiddetta linea verde: da un lato, l’area sotto il controllo effettivo della Repubblica di Cipro, che comprende circa il 59% della superficie dell’isola; dall’altro, la zona occupata nel 1974 dalla Turchia, autoproclamatasi Repubblica Turca di Cipro del Nord, che copre circa il 36% della superficie dell’isola ed è riconosciuta esclusivamente dal governo di Ankara.

Quando è accaduto tutto questo? L’occasione si presentò con il colpo di Stato della giunta militare di Atene del 15 luglio 1974 contro il governo eletto del presidente-vescovo Makarios. Il 20 luglio, le forze armate turche lanciarono un’invasione su vasta scala contro Cipro, prendendo il controllo di oltre il 36% del territorio della Repubblica di Cipro, bandendo i legittimi proprietari greco-ciprioti dalle loro vecchie abitazioni in violazione di tutte le regole della legalità internazionale, inclusa la Carta delle Nazioni Unite. L’operazione Attila era appena cominciata.

Il perché di quell’operazione è presto spiegato. Le spinte autonomistiche di Cipro erano state da sempre respinte dalla Gran Bretagna. Nei primi anni del Secondo Dopoguerra, quando ebbero inizio i primi sussulti di decolonizzazione, le domande di indipendenza dei ciprioti divennero pressanti. Nel 1955, dopo che numerose richieste di autodeterminazione erano state ignorate, i greco-ciprioti intrapresero una lotta armata nazionale per liberare il Paese dal giogo coloniale. Il governo britannico, pertanto, iniziò a flirtare con Ankara, incoraggiandone l’intervento a Cipro in nome della difesa della comunità turca, sull’isola dal lontano 1571.
La politica dichiarata della Turchia su Cipro, che fino ai primi anni Cinquanta aveva sostenuto lo status quo coloniale, iniziò a spostarsi verso una politica di divisione dell’isola lungo faglie etniche. Nel novembre 1956, un memorandum turco propose la divisione geografica dell’isola e lo spostamento delle popolazioni. Sarebbero nate due entità politiche separate, una greca e una turca, in continuità territoriale con Atene e Ankara. Infine, il memorandum prescriveva che la Turchia avrebbe dovuto anche partecipare alla sicurezza del settore greco dell’isola. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
I combattimenti del luglio del 1974 si sarebbero trascinati per quasi un mese. Non sarebbero stati gli ultimi. Stimare le vittime? Quasi impossibile. Anche fonti abbastanza affidabili citano tra 4.500 e 6.000 greco-ciprioti uccisi, feriti o dispersi, ritenuti morti. Per i turchi si trattava di 1.500-3.800 morti. Lo spostamento dei rifugiati fu enorme: circa 200.000 greco-ciprioti andarono a Sud e 50.000 turco-ciprioti andarono a Nord. Il conflitto si trascinò attraverso innumerevoli cessate-il-fuoco infranti e perfino colloqui di pace sponsorizzati dall’inossidabile Henry Kissinger.
Come risultato dell’invasione e dell’occupazione militare turca, 162.000 greco-ciprioti fuggirono dalle loro case diventando rifugiati nel loro stesso Paese. Ancora oggi, le forze occupanti impediscono il ritorno dei rifugiati alle loro case e proprietà. Entro la fine del 1975, la stragrande maggioranza dei turco-ciprioti che vivevano in aree controllate dal governo legittimo fu costretta a lasciare le proprie case e a trasferirsi nel territorio occupato dai turchi della Repubblica di Cipro. Allo stesso tempo, la Turchia ha implementato una politica sistematica di insediamento della parte occupata di Cipro dal 1974 con il trasferimento di massa di oltre 160.000 turchi dalla Turchia al fine di modificare il profilo demografico e alterare l’equilibrio della popolazione sull’isola.

Perché mai questo angolo di Mediterraneo, al di là della disputa greco-turca, oggi è uno dei crocevia più importanti del Pianeta? Da periferia d’Europa, Cipro è riuscita a diversificare la sua economia prevalentemente agricola in un’economia basata sui servizi (tra cui un importante settore turistico) e sulla produzione manifatturiera leggera. Più di recente si è sviluppato un importante polo finanziario, soprattutto per gli investitori provenienti dall’Europa orientale. A partire da poco dopo la caduta del Muro di Berlino, il governo di Cipro aveva trasformato l’isola in un paradiso fiscale, prendendo di mira specificamente gli oligarchi russi, così come i civili e le aziende dell’Europa orientale. Uno status perduto quando l’OCSE ha dichiarato che il Paese, insieme a Lussemburgo e Seychelles, risultava ormai ampiamente conforme agli standard stabiliti dal Forum globale sulla trasparenza e lo scambio di informazioni a fini fiscali. Una conseguenza diretta della crisi bancaria del 2013. Date le scoperte energetiche regionali, l’importanza geopolitica di Cipro nel Mediterraneo orientale non fa che crescere: la scoperta di ingenti riserve di gas naturale nelle sue acque amplifica le tensioni, coinvolgendo Cipro, Grecia, Turchia e altri attori regionali in una rete di controversie regionali.

Il paradosso vuole che, cinquant’anni dopo, l’equilibrio etnico di Cipro sia “messo a rischio” dagli importanti flussi migratori da cui è investita l’isola. Molti locali temono che l’arrivo di migranti, per lo più musulmani, ponga non solo problemi socio-economici e di sicurezza, ma anche una minaccia identitaria, demografica e perfino esistenziale. Nell’occhio del ciclone, il centro di prima accoglienza di Pournara, il luogo in cui vengono accolti gli immigrati. I richiedenti asilo con richieste valide vengono poi inviati in un secondo campo nel villaggio meridionale di Kofinou. In risposta ai recenti massicci arrivi di siriani, il campo è stato ampliato e il governo ha sospeso per 14 mesi l’esame di tutte le domande di asilo presentate da cittadini siriani. Ma, nel tentativo di impedire un ulteriore afflusso, il governo proibisce loro di cercare lavoro per 9 mesi dopo il loro arrivo. Un’altra bomba pronta a esplodere, sotto gli occhi delle due etnie in guerra da sempre.
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