Skip to content
Politica

Gli ultras di Netanyahu festeggiano: con Kallas e Orban una UE a misura di Israele

Per le loro posizioni filo-israeliane con pochi se e pochissimi ma, Orban e la Kallas sono due leader Ue perfetti per Israele.
Unione Europea

Dopo oltre otto mesi di guerra tra Israele e Hamas, con oltre 37mila palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, una Cisgiordania incendiata e un’escalation col vicino Libano sempre più prossima, Josep Borrell, l’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri, lascerà il suo incarico senza che l’Unione Europea sia riuscita a fare qualcosa per fermare le violenze.

Alla richiesta di un cessate il fuoco ci sono giunti quasi tutti in ordine sparso, i leader dell’Unione, senza una posizione comune: i governi europei sono stati uniti nel garantire piena legittimità alla rappresaglia israeliana dopo l’eccidio compiuto da Hamas il 7 ottobre, ma poi si sono divisi sulla strategia da adottare davanti alle esorbitanti vittime civili, agli sfollati, all’indignazione dell’opinione pubblica e agli impedimenti agli aiuti umanitari.

La principale novità, dopo mesi di azione politica inefficace, sta nella sostituzione, post-Europee, del socialista spagnolo Borrell con la premier estone, Kaja Kallas, una liberale di centro, e con la presidenza del consiglio UE affidata, a questo giro, al premier ungherese Viktor Orbán, un nazional-populista che per molti intellettuali dovrebbe essere la nemesi di Kallas.

Se è vero che tra i due ci sono vistose divergenze ideologiche – la prima, antirussa viscerale, è furiosa per la visita improvvisata del secondo al Cremlino come mediatore non autorizzato dall’UE -, per Israele si tratta della miglior combo possibile in questo momento, e il miglior viatico per riallacciare le relazioni con l’UE. Specialmente in un momento in cui l’UE è divisa sostanzialmente tra un gruppo di Paesi sempre più largo che vede con ostilità il primo ministro conservatore israeliano Benjamin Netanyahu, come Spagna e Irlanda; un gruppo di Paesi, soprattutto tra i governi baltici e populisti dell’Europa dell’Est, che sostiene in modo rigido la guerra di Israele, soprattutto in chiave anti-musulmana; e un gruppo di Paesi, che comprende Francia, Italia e Germania, che cerca una qualche mediazione, in modo da placare i segmenti di sinistra e le minoranze musulmane.

In questo scenario frammentato, il lavoro di Borrell si è evoluto nel tempo. Dopo aver dichiarato nelle prime fasi della risposta israeliana di non sapere se le azioni di Netanyahu si configurassero come crimini di guerra (“Non sono un avvocato”, si giustificò) col passare dei giorni il responsabile della politica estera europea si è lasciato andare a dichiarazioni sempre più precise e sempre più gravi, sostenendo che Israele quei crimini li stesse compiendo, a partire dall’affamare volontariamente la popolazione di Gaza: “Questo non è un disastro naturale, non è un terremoto o un’alluvione, è provocato artificialmente”.

Non solo: Borrell in questi mesi ha detto che è “difficile conciliare il sostegno a Israele e allo stato di diritto” e che, nella ricostruzione degli eventi, va ricordato come Netanyahu abbia “facilitato lo sviluppo di Hamas… giocato per dividere i palestinesi, creando una forza che si opponesse a Fatah”. Era il funzionario europeo di più alto grado a parlare in maniera così esplicita. Tuttavia, Borrell aveva parlato senza l’approvazione unanime dei 27 paesi membri. Alcuni dei quali, come Spagna e Irlanda, hanno promesso di riconoscere lo Stato palestinese unilateralmente e altri, come la Germania, che invece si concentravano sulla repressione del movimento pro-Gaza in casa propria.

Chiunque è meglio di Borrell, si era detta la diplomazia di Israele. Ecco che allora il duo Kallas e Orbán potrà anche avere idee divergenti sull’economia europea, sui diritti civili e sulla guerra in Ucraina, ma viene celebrato dal ministero degli Esteri israeliano, Israel Katz, come un’ottima notizia. Come il trionfo del gruppo europeo vicino culturalmente al conservatorismo anti-arabo di Netanyahu e difensore dello status quo in Medio Oriente.

Kallas, antisocialista e atlantista massimalista, arcinemica della corposa minoranza russa in Estonia (auspica la frammentazione, che lei chiama “decolonizzazione”, della Federazione Russa in una miriade di Stati etnici) nonché sponsor dei troll NAFO su X (un gruppo di autoproclamati attivisti pro-Ucraina, fondati da un neonazista polacco), pur essendo timidamente favorevole alla soluzione a due Stati per la Palestina ha dato fin dall’8 ottobre, senza tentennamenti o sfumature, carta bianca a Israele. Guardandosi bene dal menzionare la spiacevole, perdurante vicinanza economico-strategica tra Israele e la Russia, evitando di imbarazzare Netanyahu, lei stessa sposata con un imprenditore della logistica che ha continuato a trasportare merci in Russia anche dopo l’invasione dell’Ucraina.

Secondo Katz, il predecessore di Kallas “ha scelto di comportarsi in modo ossessivo contro lo Stato d’Israele, per ostilità personale e politica… Ha cercato di negare a Israele il diritto di autodifesa… e di imporre una decisione su un cessate il fuoco unilaterale… Siamo lieti che i nostri amici nell’Unione abbiano sventato le sue manovre”.

L’ultima mossa di Borrell invisa a Tel Aviv? La richiesta di convocare il Consiglio di associazione Ue-Israele. Si tratta di un incontro per rimettere in discussione un accordo entrato in vigore nel 2000, per lungo tempo considerato intoccabile. In una recente missione in Ungheria, Katz è tornato sulla questione, annunciando che l’iniziativa di Borrell verrà quasi certamente ribaltata dalla presidenza Orbán. “La presidenza ungherese rappresenta un’opportunità senza precedenti per migliorare la posizione di Israele nell’Unione Europea”, ha detto Katz.

Se la nomina della liberale estone è un passo verso il ritorno all’accettazione acritica delle ragioni israeliane, Orbán, sul versante nazional-populista, potrebbe far tornare in auge una coalizione filo-israeliana in Est Europa che era stata benedetta dall’ex amministrazione statunitense di Donald Trump, e che comprende i governi conservatori e populisti di Ungheria, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca.

Un esempio è occorso a maggio quando Praga, in seguito alla richiesta del procuratore della Corte penale internazionale di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e Hamas, si è svincolata da Borrell dichiarando tutta la sua indignazione per la corte, e affermando che le sofferenze di Gaza sono colpa solamente di Hamas. Nel 2021 Olof Skoog, l’ambasciatore dell’Unione Europea presso le Nazioni Unite, non era stato in grado di rendere pubblico un comunicato di condanna delle violenze israeliane sui palestinesi “a nome dei Paesi membri”, poiché Orbán aveva posto il veto.

Con Kallas e Orbán a capo della diplomazia Ue ci sono tutte le premesse, insomma, per annullare il cambio di passo che, negli ultimi mesi, aveva spinto l’Ue a una posizione più autonoma rispetto agli Stati Uniti su Gaza e più sensibile alla condizione dei palestinesi. La sintesi delle prospettive della diplomazia europea, sempre meno incisiva, arriva dal quotidiano israeliano Ynet, vicino alla destra di Netanyahu: “Quasi qualsiasi sostituto di Josep Borrell, alla luce delle sue posizioni fortemente critiche, rappresenta un miglioramento per Israele”.

La grande sconfitta, inutile dirlo, è la sinistra europea.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.