Finalmente è arrivata l’estate, e in molti si accende la voglia di mettersi in forma in vista della tanto attesa (e temuta) prova costume. Sarebbe allora il colmo rivolgersi ad un “esperto” del benessere fisico come un personal trainer e, proprio per questo, trovarsi con problemi di salute o sull’orlo di un disturbo alimentare.
Il personal trainer e il nutrizionista: quali differenze
È invece esattamente quello che è successo a diverse persone, che ci hanno raccontato aver accusato problematiche legate alla salute o al rapporto con il cibo a causa della dieta fatta dal proprio allenatore. Facciamo un passo indietro. Un personal trainer qualificato ha tutte le capacità per gestire l’allenamento dei propri clienti. Diversa è la questione dell’alimentazione. È infatti solo il biologo nutrizionista a poter creare una dieta ad hoc per i suoi pazienti, basandosi su parametri scientifici e sulla composizione corporea di ciascuno. Il personal, al massimo, può fornire delle “linee guida” molto generiche sull’alimentazione, ma mai specificare alimenti precisi, né tantomeno indicarne le grammature.
Ad affermarlo è la sentenza della Corte di Cassazione, n. 20281 del 28 aprile 2017, nella quale è indicato che la compilazione di diete da parte di persone non competenti in ambito sanitario, come i personal trainer, costituisce abuso di professione.
Il calvario di Lisa
A raccontarci la propria esperienza sono state diverse persone che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di una dieta fatta abusivamente da un personal trainer. Ve ne raccontiamo due.
Lisa ci ha raccontato di aver contattato una personal trainer che forniva servizi di coaching online attratta dal suo profilo Instagram, dove postava foto di persone che si erano rivolte a lei e avevano perso peso: «Mi ha fatto compilare un form con peso, altezza e misure, e mi ha chiesto se ci fosse qualcosa che non mangiavo o non volevo fare, la cosa buffa è che lei non ha mai tenuto conto delle mie indicazioni. Ad esempio, le ho detto di essere fortemente intollerante al lattosio, ma nella dieta era presente».
Lisa è poi entrata nel dettaglio del piano: «La dieta mi ha sconvolto: arrivavo a consumare un litro di albume al giorno. Quando ho iniziato a seguirla pesavo 54 chili, e nei mesi in cui l’ho seguita ne ho persi quattro, la differenza visiva era evidente. Lei mi diceva di continuare e per di più dopo quattro mesi mi ha tolto i carboidrati».
L’alimentazione ha iniziato a pesare sulla vita privata di Lisa e sui suoi rapporti sociali. Ci racconta: «Quando si avvicinavano le tre/quattro del pomeriggio io iniziavo a non capire più niente, avevo dei cali di energia e concentrazione pazzeschi. In ufficio non riuscivo a portare a termine il lavoro, e non riuscivo ad allenarmi come facevo di solito perché non avevo forze, mi girava la testa. Ero sempre nervosa e di cattivo umore, il mio ragazzo notava che ero ossessionata e che parlavo solo della dieta. Avevo un passato di disturbi alimentari, e l’alimentazione era tornata ad essere un chiodo fisso. Cercavo di impegnarmi per riuscire a portare a termine il percorso, solo che richiedeva troppe energie sia mentali che fisiche».
Arrivata a questo punto, Lisa ha deciso di confrontarsi con la personal: «Le ho descritto i miei problemi, dicendole che non stavo bene e non riuscivo neanche ad allenarmi. Lei mi ha bloccata». Lisa non si è arresa e, oltre a denunciare la personal alla Polizia Postale, ha contattato altre persone che seguivano i suoi allenamenti: «Ho scritto ad un’altra ragazza che la seguiva e ho scoperto che aveva dato a tutte lo stesso piano, sia alimentare sia di allenamento, nonostante fossimo molto diverse e con necessità differenti. Lei, ad esempio, era 10 centimetri più alta e con un peso diverso. Durante la dieta, questa persona aveva avuto episodi di binge eating [un disturbo alimentare caratterizzato da abbuffate ricorrenti senza comportamenti compensatori come quelli osservati nella bulimia nervosa, n.d.r.]».
Un rischio concreto per la salute
Si potrebbe pensare che a finire in queste situazioni siano solo soggetti a rischio. Anna ci ha invece raccontato di aver sempre avuto, prima di questa esperienza, un rapporto totalmente sano con l’alimentazione: «Crescendo, guardavo i disturbi alimentari e mi dicevo “ma come si fa?”, e poi mi sono resa conto di quanto in realtà sia facile e veloce, basta beccare la persona “giusta”. Le mie amiche si preoccupavano e io non capivo, perché pensavo di star facendo una cosa corretta, dato che mi ero affidata ad una personal trainer».
Anche la personal trainer alla quale Anna si è rivolta, infatti, come negli altri casi non le ha dato delle linee guida sull’alimentazione, ma una dieta fatta e finita: «Il mantra era Se hai fame, mangia una mela: io disperata mangiavo mele a iosa. Il primo “sgarro” era dopo quindici giorni, ma trascorse due settimane avevo perso peso e mi sentivo traumatizzata, avevo paura anche a mangiare una pizza. Una volta, c’erano degli amici a casa e io quel giorno dovevo mangiare la minestra, però paradossalmente mi sentivo contenta perché mi stavo privando di qualcosa».
Una pratica diffusa e difficile da sradicare
Come abbiamo visto, la prescrizione di diete da parte di personal trainer è, oltre che pericolosa, vietata dalla legge. Ma quanto è diffusa questa pratica? Abbiamo contattato diversi personal trainer, provenienti da svariate parti d’Italia, affiliati a palestre o indipendenti. Fingendoci interessati ai loro servizi di coaching, abbiamo chiesto loro di spiegarci le proprie proposte, e l’80% di questi si è detto disposto a stilare una dieta, spesso confermando di non essere biologo nutrizionista, ma di avere solo frequentato i corsi che abilitano all’attività di personal trainer, o al massimo di aver conseguito una laurea in Scienze Motorie.
La maggior parte di questi “vende” la dieta includendola nel proprio pacchetto di allenamento, ma c’è chi offre l’opzione di acquistare soltanto il piano alimentare, per cifre che si aggirano intorno ai 30€, molto meno rispetto ai costi del percorso con un nutrizionista.
E gli esperti? Cosa ne pensano questa pratica? Il biologo nutrizionista Francesco Moriconi parla del fenomeno come di un «abusivismo incalzante che viene spesso sottovalutato». Secondo Moriconi, pur con scarse competenze, i personal si sentirebbero autorizzati a divulgare le informazioni apprese: «Spesso e volentieri andando oltre e sottostimando le conseguenze a cui può portare». Dato che i nutrizionisti sono a conoscenza di questa pratica, perché non provano a fermarla?
Il dottor Moriconi ci spiega che la loro posizione molto più complicata, e potenzialmente pericolosa, di quello che sembra: «Molti colleghi ci hanno provato, ma sembra che in Italia sia difficile denunciare questa situazione: c’è un’omertà della quale non capisco il senso. È capitato che miei colleghi denunciassero all’ordine dei Biologi e che mandassero controlli tramite NAS. Si va sul livello del penale, e rischi di avere ritorsioni che ti fanno dire che sarebbe stato meglio non parlare».
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