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Criminalità

L’omicidio Mormile e la lunga mano dello “Stato oscuro”

L'omicidio dell'educatore carcerario Mormile, nel 1990, rivelò subito connessioni tra criminalità organizzata e rami deviati dei servizi.

L’11 aprile 1990, Umberto Mormile, educatore carcerario presso il carcere di Opera, venne brutalmente assassinato mentre si recava al lavoro. Due uomini della ‘ndrangheta, Antonio Cuzzola e Antonio Schettini, lo uccisero a colpi di pistola. Questo crimine, inizialmente attribuito alla mafia, rivelò ben presto implicazioni molto più profonde e inquietanti.

Mormile aveva ricevuto proposte di corruzione da parte di esponenti della mafia, che agivano in collusione con i Servizi Segreti italiani. Il suo rifiuto di collaborare e di coprire attività illegali lo condannò a morte. Le indagini successive, rese possibili dalle confessioni dei pentiti Salvatore Pace e Vittorio Foschini, svelarono il coinvolgimento di alti esponenti della criminalità organizzata e dei Servizi Segreti. Tra questi, spiccava il nome di Domenico Papalia, figura di spicco della ‘ndrangheta.

Ma questo omicidio non fu un episodio isolato. Esso si inserisce in un quadro più ampio, quello della Falange Armata, un’organizzazione terroristica attiva in Italia negli anni Ottanta e Novanta. La Falange Armata, nota per i suoi metodi violenti, eliminava sistematicamente chiunque fosse percepito come una minaccia. L’omicidio di Mormile si inserisce perfettamente in questo schema: fu ucciso per aver scoperto e rifiutato di coprire attività criminali, coinvolgendo sia la mafia che i Servizi Segreti.

Le indagini e le testimonianze dei pentiti rivelarono che i Servizi Segreti italiani avevano un ruolo attivo nel supporto logistico alla Falange Armata. La decisione di eliminare Mormile fu probabilmente influenzata da questi legami, poiché aveva scoperto informazioni compromettenti.

Questo caso mette in luce l’esistenza di uno “stato oscuro”, un sistema di potere parallelo che opera al di fuori dei canali democratici ufficiali. La collusione tra mafia, Servizi Segreti e gruppi terroristici come la Falange Armata dimostra come elementi deviati dello Stato possano operare con impunità, influenzando e controllando operazioni illegali.

L’omicidio di Mormile, quindi, non è solo un tragico episodio di cronaca nera, ma un indicatore di un sistema più ampio di corruzione e abuso di potere. Le rivelazioni di pentiti come Antonio Papalia confermano l’esistenza di una rete di potere nascosta, che ha operato per decenni all’interno delle istituzioni italiane. Questo scenario richiama alla mente altre oscure vicende della storia italiana, come quelle legate a Licio Gelli, Michele Sindona e Umberto Federico D’Amato, tutte accomunate da una stretta collaborazione tra estremisti, servizi di sicurezza e organizzazioni criminali.

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