Può un Paese di 10 milioni di abitanti al 96% musulmani, che confina con l’Afghanistan ed è affondato nell’Asia Centrale, vietare il più classico dei capi di vestiario delle donne musulmane, ovvero l’hijab, il velo che deve coprire il capo e le spalle? Si, può e il Tagikistan lo ha dimostrato approvando una legge che vieta appunto l’hijab in quanto indumento “estraneo alla tradizione nazionale”. La legge è stata poi subito controfirmata dal capo dello Stato Emomali Rahmon, in carica dal 1993.
Questo è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti presi per difendere l’estetica nazionale e, insieme, combattere le opposte influenze dell’islamismo e dell’occidentalismo. Prima è toccato a quelle che noi chiamiamo “barbe islamiche”, lunghe e vagamente appuntite. Poi, nel 2007, è stato varato un bando contemporaneo contro l’abbigliamento islamico e le minigonne, prima applicato agli studenti e poi anche a tutti i dipendenti pubblici. Nel 2017 il Governo ha lanciato una campagna a base di Sms recapitati sui cellulari per invitare le donne a vestirsi “alla tagika”. Nel 2018 è stata pubblicata e largamente distribuita una “Guida agli abbigliamenti consigliati in Tagikistan”. E ora questo intervento legislativo, che contempla anche la proibizione a celebrare certe festose cerimonie di bambini in occasione di Eid al-Fitr (la “rottura del digiuno” che chiude il mese di Ramadan) e Eid Al-Adha (la “festa del sacrificio”, celebrata nel mese in cui si compie il pellegrinaggio alla Mecca). I ragazzini escono e vanno di casa in casa scherzando e divertendosi, una cosa che forse somiglia troppo al “dolcetto scherzetto” dell’americano Halloween per piacere ai legislatori Tagikistan.
La combinazione Paese musulmano – divieto del velo, peraltro, fa più colpo su di noi occidentali di quanto lo faccia su molti musulmani. Non esiste alcun vero precetto coranico che imponga alle donne di portare il velo. Sul tema degli indumenti, una copertura di questo genere viene citata nel Corano solo due volte (sura al-Nur e sura al-Azhab). E la parola hijab si riscontra solo 7 volte nei 6.236 versetti divisi in 114 sure (capitoli). In un solo caso, poi, il termine hijab è usato nel Corano in un’accezione che ricorda quella moderna di velo. Nella sura 19, la “sura di Maria”, dov’è scritto: “Nel Libro ricorda Maria, quando si appartò dalla sua gente lungi in un luogo d’Oriente ed essa prese, a proteggersi da loro, un velo. E noi le inviammo il nostro Spirito che apparve a lei sotto forma di uomo perfetto”.
Non mancano, ovviamente, molti esponenti dell’islam che sostengono la tesi opposta, ovvero che da una lettura attenta del Corano e soprattutto della sunna (l’insieme delle norme giuridiche e sociali elaborate dalla tradizione a partire dall’esempio di Maometto) si deduce l’obbligatorietà del velo. E semmai discutono se il velo debba coprire solo capelli e spalle o non anche il viso. In questi anni, comunque, l’uso (o l’imposizione) del velo ha voluto anche significare il rifiuto della cultura e della civiltà occidentale. Il Tagikistan, come si vede, ha deciso di prendere una strada tutta sua.
Fulvio Scaglione
