Quale futuro politico per l’isola della Crisi dei Missili e dei presunti attacchi “con gli ultra suoni” che avevano allarmato gli Stati Uniti? Tra la rimozione dalla lista dei Paesi “che non cooperano pienamente” con gli sforzi antiterrorismo, e la visita del sottomarino nucleare K-561 Kazan inviato da Mosca, L’Avana dimostra di avere possibilità su due fronti ma resta “bloccata” tra le due grandi Potenze del bipolarismo per una ragione puramente geografica.
Le notizie riguardanti Cuba e i suoi rapporti con il mondo esterno non sono state “accompagnate” dalla fanfare come ci si potrebbe attendere. O almeno, nessun comunicato stampa e nessun riconoscimento pubblico è stare emesso da parte del presidente Joe Biden. Né la piccola isola dall’animo comunista con un passato e un presente turbolento hanno tenuto ad annunciare al mondo la decisione di Washington DC. Mentre l’annuncio dell’arrivo di un sottomarino nucleare russo – sebbene disarmato di alcuna testata nucleare – è stata commentata, per velo, dalle autorità cubane.
Un passo importante
Nonostante la discrezione adottata dagli americani, rimuovere Cuba dalla lista che comprende ancora Corea del Nord, Iran, Siria e Venezuela è una cosa importante. E si pensa possa rappresentare un potenziale passo verso il “riavvicinamento” tra Washington e L’Avana. Questo se solo questo mese Mosca non avesse annunciato, senza remore da parte dei cubani, l’arrivo in visita di una pattuglia di navi da guerra della sua Marina, che si crede siano prossime ad effettuare esercitazioni congiunte con le marine militari cubane e venezuelane a una distanza “inusuale” dalla coste degli Stati Uniti.
Rapporti difficili con Cuba
Nel passato recente i funzionari del Pentagono avevano guardato Cuba con sospetto a causa di una serie di problemi di salute che avevano travolto diversi membri dell’entourage statunitense e canadese in missione diplomatica all’Avana.
Tali problemi si era a lungo sospettato fossero direttamente collegati a degli “attacchi sonici” scatenati da apparati non meglio identificati, con obiettivi non essenzialmente giustificati, da potenze terze che avevano agito con l’isola con la connivenza o all’insaputa del Governo cubano.
Dal passato a oggi “Cuba ha fatto yo-yo dentro e fuori dall’elenco degli stati sponsor del terrorismo” redatto dagli Stati Uniti e rispettato dagli alleati storici nelle era di distensione e in quella del post-Guerra Fredda. Nel 1982 l’amministrazione Reagan inserì Cuba nell’elenco dei Paesi invisi a Washington per il “sostegno fornito a gruppi militanti di sinistra come le Farc e l’Esercito di liberazione nazionale (Elc) della Colombia negli anni ’80”.
Successivamente l’amministrazione Obama aveva rimosso Cuba dall’elenco nell’aprile 2015, fino a quando l’amministrazione Trump non la reinserì a fine mandato. La ragione era motivata “dal rifiuto di Cuba di estradare 10 leader dell’Elc residenti all’Avana”; Contestualmente gli “attacchi sonici” che venivano attribuiti a fantomatici mandanti russi o cinesi non poteva fare altro che “tendere” ulteriormente le relazioni.
Cuba rimane comunque soggetta alle restrizioni derivanti dal Trading With the Enemy Act applicata dalla crisi dei missili affrontata dall’amministrazione Kennedy nel 1962.
La strada della distensione con gli Stati Uniti
Se gli Stati Uniti daranno seguito al riavvicinamento dopo la decisione di rimuovere Cuba dalla loro lista nera, consentendo che le restrizioni del commercio con il “nemico” scadano, e magari arrivando a normalizzare le relazioni, la mossa successiva spetterà a L’Avana che dovrà mostrare riforme livello economico, sociale e politico.
Ed è indubbio che queste riforme richiedano del tempo: non ci si allontana da comunismo in poco tempo, e una “riconsiderazione” dell’intero sistema cubano, che richiederebbe “una transizione attentamente gestita lontano dal comunismo di stato” non è cosa semplice. Tanto più se viziata da agenti esterni interessati a dissuadere o addirittura sabotare questo processo.
Ora Cuba può iniziare a dimostrare la sua intenzione di continuare a combattere il terrorismo e intraprendere ogni strada in suo potere per avvicinarsi all’America, oppure stringere rapporti con la Russia e provocare quelle che potrebbero essere nuove frizioni con la Casa Bianca. Quale che sia il suo prossimo inquilino nel 2025.
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