Secondo alcune fonti storiche, a Francesco Guicciardini, diplomatico e scrittore al servizio dello Stato della Chiesa, spetterebbe la paternità dell’irriverente proverbio “Franza o Spagna purché se magna”. L’origine di questo detto risale al periodo rinascimentale, quando l’Italia era divisa in vari stati che spesso si alleavano con potenze straniere come la Francia o la Spagna, a seconda delle occasioni, riflettendo un pragmatismo cinico: non importa chi governa, l’importante è avere lo stomaco pieno. Cinque secoli più tardi, l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) – lobby a stelle e strisce a sostegno del rafforzamento delle relazioni tra Stato ebraico e Stati Uniti – sembrerebbe non dover scegliere tra Franza e Spagna, ma tra democratici e repubblicani Made in Usa perché secondo un suo esponente: “Il sostegno a Israele è buono per i democratici e per i repubblicani. Siamo disposti a attraversare le linee di partito per dimostrare l’impegno al sostegno bipartisan per Israele.”
Il prossimo 5 novembre, gli americani dovranno scegliere non solo il futuro inquilino della Casa Bianca, ma anche i membri del Congresso, spartiti tra Camera dei Rappresentanti e Senato (solo un terzo dei senatori). Di conseguenza, in questi mesi si stanno celebrando le primarie sia all’ombra dell’asinello (simbolo dei democratici) che dell’elefante (simbolo dei repubblicani) per la scelta di chi siederà a Capitol Hill. Sin dalla sua fondazione, il comitato si è battuto per coltivare l’amicizia e un’alleanza organica tra Stati Uniti e Israele, diventando nel corso del tempo uno dei principali finanziatori per la campagna dei candidati di entrambi i maggiori partiti americani, se non il principale per svariati osservatori. Se fino a qualche tempo fa il sostegno a Tel Aviv era unanime sia tra democratici che repubblicani, dopo il 7 ottobre qualcosa è cambiato e la guerra a Gaza è diventata un tema cruciale per le elezioni di novembre.
L’AIPAC e i democratici
A tenere banco tra i dem d’oltreoceano, c’è la pioggia di donazioni ai candidati per il Congresso da parte dell’AIPAC e dei suoi esponenti con un passato repubblicano. Secondo un’analisi proposta da Politico, il 46% dei finanziatori per le primarie democratiche, nel 2020, si è speso per candidati del Grand Old Party (GOP, altro nome del Partito Repubblicano). Il motivo? È presto detto: l’appoggio ai candidati più moderati – maggiormente sensibili alle priorità dello Stato ebraico – permetterebbe di porre un argine ai democratici più radicali – più attenti alla questione palestinese – nei collegi storicamente a maggioranza blu. Da quando è iniziato il conflitto in Medio Oriente, una buona parte dei giovani statunitensi si è dedicata ad attività dimostrative a sostegno di Gaza, come testimoniato dalle recenti occupazioni dei college, facendo giungere qualche scossa all’establishment democratico e conquistando le simpatie dell’ala più a sinistra del partito che oggi guarda Bibi Netanyahu e il suo governo con una certa diffidenza.
Il fatto che quasi metà dei donatori afferenti all’ AIPAC si siano spesi in campagne e comitati repubblicani, è motivo di imbarazzo e di irritazione per parte della dirigenza e della base dei dem che temono che addirittura ci possa essere una sorta di ingerenza da parte del GOP nelle loro dinamiche interne. “I donatori dell’AIPAC sono donatori con un’unica questione” ha sentenziato Doug Forand, membro dello staff di George Latimer, candidato dello Stato di New York che punta alla poltrona di rappresentante alla Camera. Come ha spiegato Forand, Latimer è il politico in corsa che ha ricevuto più finanziamenti dall’AIPAC per via delle sue posizioni pro Tel Aviv, accumulando complessivamente 1,6 milioni di dollari di cui il 40% proviene da finanziatori che in passato avevano donato al partito di Abraham Lincoln e Ronald Reagan.
Secondo la Jewish Voice for Peace Action, organizzazione no profit che si batte per il rispetto reciproco dei diritti umani e la pace tra palestinesi e israeliani, gli obiettivi della lobby sarebbero altri, come dichiarato dalla sua portavoce Beth Miller: “L’AIPAC sta usando questa questione come un modo per attirare dollari repubblicani, per poi cercare di contrastare un’agenda progressista più ampia”.
L’AIPAC e i repubblicani
Se il Partito Democratico è stato inondato da fiumi di denaro, altro discorso vale per il Partito Repubblicano. Il GOP, in qualità di formazione conservatrice, è schierato in quasi tutta la sua totalità dalla parte di Tel Aviv, trovando l’appoggio delle grandi organizzazioni ebraiche come la Republican Jewish Coalition che è già intervenuta in occasione di alcune primarie di questa primavera. Ciononostante, qualche repubblicano comincia a nutrire forti dubbi sul sostegno a Netanyahu sia per una questione umanitaria, data la strage di civili nella Striscia di Gaza, che di opportunità politica ed economica. Al momento, tale frattura è ancora di lieve entità, ma potrebbe essere destinata ad allargarsi tanto da allarmare la United Democracy Project (UDP) – comitato di azione politica affiliato all’AIPAC – che ha preso di mira alcuni candidati conservatori, accusati di essere nemici di Israele. Patrick Dorton, portavoce dell’UDP, ha dichiarato: “Non importa se sei un repubblicano o un democratico. Se sei anti-Israele, ne parleremo e non ti vorremo in carica”.
A finire sul banco degli imputati è stato Thomas Massie, rappresentante del Kentucky alla Camera e che ha vinto le primarie per la corsa di novembre, contrario all’invio di aiuti militari ed economici a Tel Aviv. L’UDP si è impegnata in una campagna di delegittimazione dal valore di 153 mila dollari, accusando Massie di essere l’unico repubblicano che si oppone agli sforzi del suo stesso partito per assistere lo Stato ebraico.
Un altro esponente del GOP additato come nemico di Israele dall’United Democracy Project è John Hostettler, rappresentante dell’Indiana al Congresso dal 1995 al 2007 e che ha recentemente perso le primarie per tornare al Campidoglio. Hostettler, negli anni a Capitol Hill, votò contro l’invio di truppe in Iraq e pubblicò successivamente un libro in cui affermò che l’intervento statunitense nella regione era per la protezione di Israele. Brandon Herrera, non un politico di professione ma uno youtuber, si era candidato alle primarie contro Tony Gonzalez per rappresentare il 23esimo distretto del Texas e contro di lui l’UDP aveva investito 900 mila dollari per dei commenti e dei video da lui realizzati e dal contenuto marcatamente antisemita.
Se qui sono riportati solo alcuni casi isolati, la questione del conflitto israelo-palestinese tiene banco nel Partito Repubblicano dal momento che tra sempre più conservatori riecheggia il motto dell’”America First” per via di un possibile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e con conseguente disimpegno degli Stati Uniti dai fronti caldi del mondo. Sam Markstein, direttore politico nazionale della Republican Jewish Coalition, ha dichiarato che stanzierà parecchi milioni per finanziare la campagna elettorale del 45esimo presidente, ma il “neoisolazionismo” propugnato dal movimento MAGA (Make America Great Again) è fattore di preoccupazione. Proprio la corrente trumpiana si trova sotto stretta osservazione da parte degli analisti per via delle sue contraddizioni riguardo a Israele, in quanto alcuni suoi componenti sono degli irriducibili suoi sostenitori come lo speaker della Camera Mike Johnson (lo scorso aprile ha fatto approvare un pacchetto di aiuti dal valore di 26 miliardi per Tel Aviv), mentre altri come la rappresentante della Georgia Marjorie Taylor Greene hanno sempre votato contro ogni provvedimento simile per promuovere l’isolazionismo di marca trumpiana. Lo stesso Trump, in un’intervista risalente a due mesi fa, ha pubblicamente contestato Netanyahu per la gestione della guerra a Gaza e ha persino elogiato il gruppo libanese Hezbollah definendolo ”molto intelligente”, nonostante abbia anche ribadito di essere stato il presidente che ha fatto di più per lo Stato ebraico.
Nei prossimi mesi, con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale del 5 novembre, capiremo quanto l’esercito di candidati di ambo i partiti sarà incline a sostenere la causa israeliana e quanti invece interpreteranno la parte dei dissidenti pro Palestina, ma soprattutto quanti soldi saranno disposti a sborsare i comitati filosionisti per cementare l’alleanza tra Washington e Tel Aviv.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

