I video di due attori di Bollywood sono diventati virali sui social media indiani quando, parlando delle elezioni in India, hanno accusato l’attuale primo ministro indiano Modi di non aver rispettato le promesse fatte in campagna elettorale. Il problema? Erano due deepfake.
Emergenza digitale
Per questo motivo il Governo indiano sta cercando in tutti i modi di frenare le critiche e i messaggi anti-governativi che dilagano sulle piattaforme online. Come racconta Reuters, un funzionario che solitamente lavorava nel corpo forestale indiano, da quando sono incominciate le elezioni ha assunto un nuovo ruolo: gestire una squadra di 30 fact-checker per sorvegliare le piattaforme di social media ed eliminare la disinformazione.
Elezioni monster
Le elezioni generali indiane del 2024 sono le più grandi di sempre. Dureranno sei settimane, dal 19 aprile fino al 1 giugno. Alcune testate internazionali le hanno chiamate “mastodontiche” per il numero di elettori che potenzialmente hanno diritto di voto: quasi 1 miliardo su 1.4 miliardi di abitanti.
Scontro aperto
Secondo il World Economic Forum nel rapporto annuale Global Risk Report 2024 alla domanda “Dove le informazioni false costiutisco la minaccia più grande” il primo Paese al mondo è l’India. Su quasi mezzo miliardo di utenti connessi ad internet, immaginate quanti contenuti vengono prodotti e visualizzati. Questo ha portato ad un problema enorme per chi controlla, modera e ripulisce i contenuti online. Infatti Google e Meta hanno rilasciato misure di controllo informativo ad hoc, aumentando gli sforzi per il fact-checking. Inoltre, tra le piattaforme e il Governo indiano da diverso tempo è in corso uno scontro aperto. Il governo di Modi vorrebbe meno privacy sulla piattaforma più usata in India, Whatsapp, chiedendo espressamente a Meta di intervenire sul programma end-to end nel mercato indiano.
Intervista all’esperta
Per approfondire uno scenario così complesso e capire il ruolo di internet e dei social media nel panorama delle elezioni indiane abbiamo dialogato con Mitali Mukherjee, direttrice dei programmi di giornalismo presso il Reuters Institute dell’Università di Oxford.
Sembra che sia in corso un braccio di ferro tra le piattaforme social e il governo indiano: da un lato, il governo preme per la rimozione dei contenuti antigovernativi, come avvenuto durante le proteste dei contadini di inizio anno, e dall’altro, stanno aumentando gli sforzi di verifica dei fact-checker. Pensi che sia in corso una guerra tra le piattaforme e i governi autoritari come l’India? Chi tra i due è in una posizione di forza?
Direi che la sfida più grande e più urgente è quella per un comune cittadino indiano e per il suo diritto alla privacy e alla libertà di Internet. Le aziende tecnologiche sono state nel mirino del governo indiano, più recentemente in occasione dell’episodio Gemini ma anche in molti altri casi in cui voci o commenti critici sono stati banditi o gli account sono stati sospesi.
Per sei anni consecutivi, l’India è stata al primo posto nel mondo per numero di chiusure di Internet autorizzate dallo stato e nel 2023 tale cifra si è attestata a 116 casi. In tempi di conflitto politico o violenza, la mancanza di accesso a Internet – spesso vietata con il pretesto di “mantenere la sicurezza e la protezione”, sta in realtà negando alle persone l’accesso a informazioni e comunicazioni vitali.
Sebbene sia i governi che le piattaforme tecnologiche possano essere visti concordare su posizioni vantaggiose per entrambi, il pericolo è che le leggi digitali non solo impongano l’autocensura, ma pongano anche aspettative onerose e pressioni legali su individui e organizzazioni che potrebbero denunciare ed esporre critiche nei confronti dell’establishment dominante.
Come è cambiata la comunicazione del governo Modi in vista delle elezioni indiane dopo il conflitto del 7 ottobre? Il tema della religione in India è ancora quello più utilizzato dalla disinformazione filogovernativa?
Il governo Modi ha spesso utilizzato la religione come strumento. Ciò è visibilmente aumentato nel periodo delle elezioni, come si è visto nei discorsi elettorali in corso tenuti sia dal primo ministro che da altri alti dirigenti del BJP.
Lo separerei dalla disinformazione, poiché in molti casi si tratta di categorico hate speech. Ciò che è deludente vedere è che non ci sono controlli ed equilibri visibili. La Commissione Elettorale, un organo costituzionale indipendente istituito dalla Costituzione indiana, a cui è conferito il potere di condurre elezioni libere ed eque in India e di controllare le pratiche di corruzione e l’incitamento all’odio, è rimasta in silenzio in molte di queste occasioni. Sono state sollevate preoccupazioni anche da parte dei partiti di opposizione e delle organizzazioni della società civile riguardo ai contenuti divisivi sui social media sotto forma di video e immagini che cercano di demonizzare la comunità musulmana.
Dopo l’attacco del 7 ottobre contro Israele, i gruppi indiani WhatsApp e Telegram sono pieni di contenuti islamofobici che cercano di “mettere in guardia” la comunità indù sui musulmani e accusano falsamente anche i partiti di opposizione come l’Indian National Congress di finanziare e sostenere Hamas. I primi rapporti successivi al 7 ottobre indicavano che la maggior parte della disinformazione anti-palestinese veniva prodotta o diffusa da account di destra con sede in India.
Come vede la Gen Z il partito di governo? E come fanno BJP e MODI a coinvolgere i giovani?
Sebbene il BJP abbia goduto di popolarità e sostegno tra i giovani elettori indù dell’India, le elezioni in corso tradiscono un senso di stanchezza tra l’elettorato votante per due motivi: profonda ansia economica e crescente disoccupazione. Un recente rapporto sulle tendenze occupazionali in India redatto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha rilevato che i giovani indiani rappresentano quasi l’83% della forza lavoro disoccupata, una cifra che il governo ha cercato di minimizzare e negare. Alti tassi di disoccupazione potrebbero innescare frustrazione tra i giovani; se ciò li porterà o meno a votare con i piedi lo sapremo quando verrà finalmente effettuato lo spoglio dei voti a giugno.
L’elevata inflazione alimentare ha inoltre esercitato una forte pressione sulle famiglie di tutto il Paese. In una situazione in cui non ci sono posti di lavoro e redditi stagnanti, questo potrebbe rivelarsi un mix pericoloso.
Nella sua campagna elettorale, il BJP ha impiegato e coinvolto decine di influencer sui social media che alimentano il fervore religioso, pubblicano video che attaccano i membri del partito di opposizione e condividono i loro contenuti su YouTube, Instagram e WhatsApp. È certamente un partito ricco di fondi: ad aprile il BJP è diventato il primo partito politico a superare una spesa di 100 milioni di rupie o 1.000 milioni di dollari in pubblicità politica tramite Google da maggio 2018.
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